Quale sollievo sapersi del tutto innecessari e accessori, appena esornativi all’ambiente circostante, come le ombre sulla superficie, le orme sul bagnasciuga, le nuvole in una giornata di sole. Quale sollievo sapere il mondo va avanti specialmente senza di voi, contrario ai ritmi e agli accordi delle vostre armonie interiori. Averne coscienza talvolta è un fastidio. Tanto l’ego quanto la vanità ne risultano offesi, viene meno il principio di necessità su cui ruota per importanza il senso della propria esistenza nel mondo. C’è in voi della presunzione, una certa ostinazione, dell’orgoglio, un principio di determinazione. Poi, col tempo, il fastidio svanisce, ci si abitua a desistere per esistere, a non essere per essere.
Da che avete memoria di voi stessi vi ricordate fagocitati dalla moltitudine, nella solitudine, tra le solitudini, indistinte fibre del tessuto umano, elettroni in orbita intorno al grande nucleo di protoni e neutroni. C’è sempre stato un filtro tra voi e l’ambiente, tra il dentro e il fuori, tra la bolla di vetro entro cui gravitate in sospeso e lo spazio in cui il peso specifico della vostra esistenza si riduce appena a un principio di equivalenza. Nulla più.

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.

Mark Strand, “Keeping Things Whole” from Selected Poems, 1979.