Roma Oltre
Ebbene Roma. A Roma.
Roma caput mundi, Roma la città eterna, Roma l’Urbe. La Roma nera di Casa Pound, la Roma friendly dei centri sociali, la Roma gay di San Giovanni in Laterano, la Roma kosher del ghetto ebraico, la Roma posh di via Condotti, la Roma ladrona di Piazza Colonna, la Roma alla buona delle borgate, la Roma bacchettona di Città del Vaticano. Mi pare capire c’è una Roma per ognuno che v’è nato e vi nasce, v’è morto e vi muore, vi abita, vi arriva, da Roma parte, a Roma ritorna, per Roma passa, a Roma sta, si aggrega al melting pot suburbano, diventa parte dell’arredamento metropolitano, come le panchine nei marciapiedi, le scritte nei muri, le antenne paraboliche nei tetti, i semafori agli incroci, i tram sulle rotaie. ‘Roma non è sporca’, mi disse un giorno qualcuno, ‘Roma viene sporcata’. ‘Roma non ha padroni’, mi disse un giorno qualcun altro. ‘A Roma Iddio nun è trino, ma quattrino. Pe’ fa fortuna ce vonno tre d, donne, denari e diavolo’.

La Roma degli autobus notturni, ubriachi appallottolati nei sedili, pischelli armati di coltello nelle tasche dei pantaloni larghi, conturbanti messaline nere in abiti succinti e scarpine di vetro, meste operaie e madri di famiglia imbacuccate di indumenti made in China, avvinte alla malinconia di un nuovo, l’ennesimo, giorno di merda che dio volendo, allah permettendo, shiva ringraziando, inizia all’alba e non finisce prima del giorno a seguire.

Ebbene Roma. A Roma come all’estero, come in una città straniera, come a Babilonia, a Bangkok, a Pechino, a Timbuktu, a nord del Danubio.
Gli italiani parlano una lingua che non comprendo. La crisi. I tagli. Le imposte. La disoccupazione. Lo spread. I Co.co.co. I buchi neri nelle galassie finanziarie. Non comprendo. Se penso a domani, mi prende un forte mal di testa. Lo stesso che mi prende quando cerco di ricordare la coniugazione al futuro di un verbo russo, o a come pagherò l’affitto del mese prossimo, o alle ragioni che rendono plausibile la vita. Non comprendo. Tutto mi è sconosciuto e incomprensibile, estraneo e dimenticato. Niente mi è familiare. Mi prende un forte mal di testa. I Fori Romani, il Pantheon, una a una tutte le colonne e i basamenti e gli affreschi e le rovine che conferiscono armonia e bellezza agli spazi e accolgono la vasta fauna umana in declino come l’impero che fu e sarà negli annali di scuola, mi sembrano le sole certezze immobili, affidabili, concrete, refrattarie al tempo, agli umori, ai mutamenti. Le sole certezze solide, immarcescibili, ad avere un senso riconducibile a un’origine, a una storia, le sole impronte verso un futuro che ha radici certe nel passato.

Certo Roma è bella. Specie quando c’è il sole e non ho mal di testa. Specie quando la gente si impiccia degli affari altrui mentre aspetta gli autobus, i bambini fanno le boccacce, le cassiere del supermercato augurano una buona giornata, le focacce esposte nelle vetrine delle pizzerie sudano sapori antichi e tradizione. Roma è anche divertente. Un giorno ho fatto finta di essere una turista e ho chiesto informazioni circa la direzione da seguire per raggiungere il Colosseo. Sei baristi su dieci volevano spedirmi nella direzione opposta. Simpatiche canaglie. Fare finta di essere una turista in molti casi mi è anche costato 40 centesimi in più rispetto al costo abituale del caffè. E questa è la parte più divertente dell’esperimento tutto.
Un altro giorno sono stata chiamata a colloquio da un tale che gestisce un bar in centro e cercava una banchista esperta. Questi mi dice di raggiungerlo alle 16. Io mi presento puntuale e vengo invitata a sedere fuori, in uno dei tavoli disposti all’ingresso del locale. Aspetto, il proprietario mi raggiungerà a momenti, mi viene detto dalla cameriera. Intanto che aspetto e inizio a prendere freddo, chiedo un tè alla cameriera. Il tizio mi passa davanti più volte, minaccia di uccidere alcuni dei dipendenti che lavorano per lui, si infervora per questioni che riguardano la gestione del locale. Resisto alla tentazione di scappare via e continuo a starmene seduta al tavolo, ad aspettare e prendere freddo. Ho bisogno di lavorare, continuavo a ripetermi. Hai bisogno di questo lavoro. C’è un proverbio, in siciliano, tanto caro a mia madre, che dice: U pani, stapi ammienzu e spini. Ovvero, ragazza mia, hai o no bisogno di lavorare? Allora, devi buttarti in mezzo ai rovi. Il proverbio in se la dice lunga e meriterebbe ore di appropriato e appassionato approfondimento; volendo fare sfoggio di un certo intellettualismo concettuale -inutile al fine di risolvere la questione disoccupazione- potremmo scomodare Marx, Alexandre Kojève, Friedrich A. von Hayek, Avram Noam Chomsky, Erich Fromm, e abusare di tutte le stronzaggini che rimandano alla questione lavoro, libertà, felicità, incuranti dell’unica cosa che conta a dispetto di tante belle e sensate parole: l’evidenza dei fatti, la tanto insipida, crudele, miserabile, realtà. E la realtà, dicono bene il proverbio siciliano e mia madre, è un gigantesco rovo pieno di spine in mezzo al quale, volenti o nolenti, bisogna buttarsi, se si vuole rimediare quel fottutissimo tozzo di pane. Si badi, a fare la differenza sarà lo stile del tuffo e la grazia, l’eleganza, ostentati con un certo orgoglio mentre ci si fa male ma si finge è una sciocchezza da niente, domani andrà meglio. Sicchè passate due ore chiedo alla cameriera di sollecitare il proprietario, casomai, Casomai, si fosse scordato del nostro colloquio. Prontamente, questa si avvicina al mio tavolo e scusa a nome del tizio, troppo nervoso per sostenere il colloquio. Mi avvio allora alla cassa per pagare il mio tè. In un’altra vita, in un’altra epoca, a casa mia, avrei data per scontata la gentilezza del tizio e il tè un dono di cortesia, volendo, un ‘risarcimento’ per il tempo sprecato invano ad aspettare. Invece in quell’occasione ho pagato quattro euro e cinquanta. Tanto mi sono costati una bustina di tè, un’influenza e la maleducazione di quel tizio. Ma in fondo, molto in fondo-in fondo-non è anche questa una cosa divertentissima? Sbaglia a lamentarsi chi crede l’Italia un paese incivile e Roma una città cara. Molti hanno da ridire circa il costo degli affitti. Io ho trovato in affitto un tugurio non lontano dal centro per soli due sacchi e mezzo al mese. Certo rischio essere scippata, peggio molestata, le volte che rincaso di notte, la donna che mi affitta la stanza si ostina a trattarmi da ospite indigesta e a non volermi nè salutare nè parlare, l’ascensore è perennemente fuori uso e io devo farmi sette piani a piedi tutte le volte che voglio fumare una sigaretta, uscire, rientrare. Ma hey, pago soltanto due sacchi e mezzo al mese. A Londra ne pagavo 2 in più, quattro e mezzo in tutto, e non disponevo di acqua calda e riscaldamenti. Qui posso disporre di acqua calda e riscaldamenti, e usare le scale come routine di allenamento per rassodare i muscoli delle gambe e tenermi in forma. Non va poi così male. Non mi scordo bisogna sempre essere riconoscenti al paese che ci ospita e io ringrazio lo stato italiano per avermi resa una cittadina straniera, anarchica e protestante cui missione, nella vita, è quella di provare imbarazzo e fastidio verso quella mefitica fetta dell’umanità che da secoli rende il mondo un posto invivibile.

Comunque Roma, città di artisti e attori. I migliori lavorano nelle botteghe, dietro ai banconi, nelle sale dei ristoranti, alla manuntenzione degli spazi pubblici, sono disoccupati. Hanno la battuta sempre pronta, loquacità fuori copione, espressività e mimica esilaranti. Sono dei talenti, dei fuoriclasse, erotomani appassionati e passionali, cinici, furfanti e malinconici, sbruffoni e attaccabrighe. E’ necessario calarsi in un ruolo, scegliere una parte, memorizzare i gerghi, le pose, rispettare le battute, perchè lo spettacolo di strada abbia la meglio sulla frenesia del tempo meccanico, fuori sequenza, fuori scena, che sfugge alla dinamica degli improvvisati palcoscenici di teatro rionale – ora una norcineria, una panetteria, un bar, dove è letteralmente possibile trascorrere ore, ore, a imbastire melodrammi e monologhi talvolta grotteschi. I romani amano chiaccherare. Chiaccherare. Chiaccherare.
Chiaccherare. L’ultima volta che sono entrata in un panificio per acquistare 10 cm per 4 di focaccia farcita, ne sono venuta fuori con una folgorazione per la proprietaria-banchista, laureata in archeologia, appassionata di storia antica e del paganesimo, o cristianesimo- che dir si voglia. Minuta di corporatura e bassa d’altezza, aveva i capelli neri raccolti indietro in uno chignon, la bocca larga, i denti bianchi e drittissimi, e lunghe e sottili sopracciglia nere disegnate a matita. Non ho potuto fare a meno di immaginarla vestita di una tunica celeste lunga fino ai talloni, seduta su uno sgabello come sui gradini di un anfiteatro fagocitato nel cuore dei Fori, fumata di stramonio, severa e malinconica come una matrona d’alto rango costretta a sprecare il proprio talento nelle vesti sgualcite di una moderna Cinderella capitata suo malgrado nel paese dei Balocchi. In alcuni la decadenza delle proprie miserie ha il fascino delle gemme nascoste in uno scrigno e tenute segrete perchè, a seconda delle occasioni, le si possa tirare fuori e guardare ogni volta con nostalgia e rinnovato stupore. Così lei, la banchista archeologa, esperta di manoscritti antichi, nascosta dietro a un bancone di panetteria, in grambiule nero e sporco di farina. Preziosa e impolverata a un tempo. Malinconica e sensuale.

‘Rome – the city of visible history, where the past of a whole hemisphere seems moving in funeral procession with strange ancestral images and trophies gathered from afar’, disse George Eliot, alias Marian Evans.

Su Roma sono stati scritti centinaia di volumi di storia, saggi, manuali, guide. L’altro giorno ho trovato un libercolo, come lo ha definito lo stesso autore Tommaso Pincio che in Pulp Roma racconta la sua Roma, e dice nella prefazione

Pulp Roma‘Roma è un luogo refrattario, impermeabile alla scrittura, quando non subdolamente ostile. Fedor Dostoevskij (un grandissimo dal quale non si può mai prescindere) ebbe a trovarsi nella capitale giusto un secolo prima che io nascessi, nel 1863. Gli era venuta un’idea per un racconto e, giudicandola piuttosto interessante, l’aveva annotata per grandi linee su pezzi di carta, così da potercisi dedicare non appena si fosse trovato nelle giuste condizioni. ‘Qui non è possibile farlo’ confidò per lettera a un amico. ‘Fa caldo, e in secondo luogo, mi trovo in un posto come Roma per una settimana: ed è forse possibile scrivere nel corso di questa settimana, a Roma?’
Non dubito che Dostoevskij fosse molto preso e anche sfiancato dall’esplorazione della città. E’ verosimile che fosse troppo stanco, la sera, troppo soverchiato da quanto aveva visto e provato nel corso della giornata, per rinchiudersi in se stesso e immergersi nel mondo del racconto che voleva scrivere. E lo si può capire. La meraviglia di Roma è opprimente, eccessiva. Persino disumana. Roma è un luogo sproporzionato. Il suo monumento più rappresentativo, il Colosseo, pare concepito al solo scopo di rendere minuscoli e irrisori gli uomini. Gli è gemella in questo la basilica di San Pietro, la cui sterminata ellisse del colonnato, sebbene spesso paragonata a un abbraccio di materna ospitalità, si apre alla maniera di fauci immani; una balena di bianco travertino ansiosa di inghiottire quanto più possibile.
Dostoevskij accusava inoltre il tanto camminare. Altra faccenda verissima. A Roma, le distanze erano e restano spropositate, insensate. Spostarsi da un quartiere a un altro significa spesso inbarcarsi in un viaggio di durata imprevedibile, sicchè anche il tempo finisce per dilatarsi come lo spazio, assumendo dimensioni scoraggianti che inducono all’immobilità, all’indolenza paciosa e filosofica dei gatti, ai quali i quiriti vengono difatti assimilati. E’ pertanto un errore confondere la proverbiale eternità di Roma con una forma di immortalità. Roma non è affatto immortale. E’ stata anzi (e in più di un frangente) una città morta o che si credeva viva, e questo già prima che l’Impero cadesse. Vero è che ha sempre trovato la strada per una resurrezione di qualche tipo, per riacquistare parte del perduto splendore. Ciò non significa tuttavia che sia immortale. Al massimo, potremmo azzardare che ha più di una vita, magari sette quanti sono i suoi colli, e sette quante ne hanno i gatti che la popolano. Per giunta, molti dei suoi rinnovati fasti, a cominciare dalla Dolce Vita, vengono spesso ingigantiti e trovano scarsi riscontri con la realtà delle cose.
Roma è dunque eterna non perchè sia superiore ai guasti del tempo; lo è perchè, come una donna di esagerata e soffocante bellezza, reclama ogni attenzione per sè. Non tollera che ci si distragga da lei; ci pretende comunque ai suoi piedi, in rassegnata e perpetua ammirazione, sicchè il tempo perde il senso pur continuando a marciare, nascosto negli orologi, come ammonisce un sonetto del Belli.
Procedendo nella rassegna degli abbagli, non va poi dimenticato che Roma è una città di pietra e di pietre. Può sembrare morbida e accogliente come un corpo caldo e disteso su un letto, carne soffice come le sue nubi più tipiche, somigliantissime a volute di zucchero filato. E in effetti può anche esserlo, morbida e soffice. E pure accogliente, può essere, ma è una mollezza infida, da sabbie mobili. La sua è la cedevolezza ingannevole della trappola, delle paludi che per secoli hanno fatto da grande e desolato circondario col loro carico infestante e letale, al punto che nell’immaginario dei viaggiatori il pericolo di contrarre la malaria fu a lungo il suo marchio sinistro.
da Pulp Roma, Tommaso Pincio, Il Saggiatore

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