Man Ray, 1926

Ho proprio sentito che Lei rompeva intorno a me l’atmosfera, faceva il vuoto per permettermi d’avanzare, per dare il posto d’uno spazio impossibile a quel che in me esisteva solo potenzialmente, a tutta una germinazione virtuale, e che doveva nascere, aspirata dal posto che si offriva.
Spesso mi sono trovato in uno stato d’impossibile assurdo, per cercare di far nascere in me del pensiero. Siamo alcuni, di questi tempi, ad aver voluto attentare alle cose, creare dentro di noi spazi per la vita, spazi che non esistessero e non sembrassero dover trovare posto nello spazio.
Sono sempre stato colpito da questa ostinazione dello spirito nel voler pensare in dimensioni e in spazi, e nel fissarsi su stati arbitrari delle cose per poter pensare, nel pensare in segmenti, in cristalloidi, e che ogni modo dell’essere restasse irrigidito su un principio, che il pensiero non fosse in pressante e ininterrotta comunicazione con le cose, ma che questo fissarsi e gelarsi, questa specie di monumentalizzazione dell’anima, si producesse per così dire PRIMA DEL PENSIERO. Evidentemente è la buona condizione per creare.
Ma sono ancora più colpito da questa instancabile, meteorica illusione, che ci suggerisce queste architetture determinate, circoscritte, pensate, questi segmenti d’anima cristallizzati, come se fossero una grande pagina plastica e in osmosi con il resto della realtà. E la surrealtà consiste quasi in un restringimento dell’osmosi, in una specie di comunicazione rovesciata. Lungi dal credere in una diminuzione del controllo, credo anzi in un controllo più grande, ma un controllo che invece d’agire diffidi, un controllo che impedisca gli incontri della realtà consueta e permetta incontri più penetranti e rarefatti, incontri assottigliati fino alla corda, che prende fuoco e non si spezza mai.
Immagino un’anima consumata e quasi solforata e fosforizzata da questi incontri, come l’unico stato accettabile della realtà.
Ma non so quale lucidità innominabile, sconosciuta me ne dà il tono e il grido e li fa sentire a me stesso. Li sento per una certa totalità insolubile, il cui senso cioè non può essere attaccatto da nessun dubbio. E io, nel rapporto con questi agitanti incontri, sono in uno stato di scossa minima, vorrei s’immaginasse un nulla arrestato, una massa di spirito seppellita da qualche parte, diventata virtualità.

da Il Pesa-Nervi, Frammenti, Antonin Artaud, 1925-1927