Di tutte le cose m’ero scordata in Italia, per trovare lavoro, bisogna essere raccomandati. Bisogna essere amico dell’amico, parente del parente, amante dell’amante, leccaculo del tale, zerbino di Tizio, portaborse di Caio, devoto a Semprione. Bisogna darla, permutarla, venderla. Bisogna essere iperlaureati, ultraspecializzati, superattestati. Bisogna aver speso una fortuna di soldi, per trovare un lavoro. Bisogna essere un fedele, un discepolo, un seguace, un votante devoto. Bisogna prostrarsi, adulare, vezzeggiare, dire sempre di sì. Ti mettono le mani addosso, ti chiedono un pompino, ti danno dell’idiota, ti sottopagano, non ti pagano affatto, non ti ingaggiano, ti rubano la tredicesima, ti tengono a lavoro più di dieci ore, ti fanno sgobbare sei giorni su sette, non ti mandano in ferie, ti licenziano senza ragione, se sei donna e trentenne non ti assumono neanche (casomai dovesse passarti per la mente di rimanere incinta), ti costringono a fare lavori perfettamente inutili, ti riducono a robot e uccidono di stress. Ma tu devi sempre dire di si. Se vuoi far parte del giro e lavorare. E chi può permetterselo. Chi può permettersi di avere una raccomandazione e di non essere pagata. Con alle spalle un affitto, le bollette, l’abbonamento ai mezzi, la spesa. Trovare lavoro è una faccenda per privilegiati.
Anni fa riuscì a ottenere una collaborazione con il giornale di Ragusa. Ci lavorava un ragazzo che nei fine settimana si dava da fare come cameriere nel ristorante dove io lavoravo la sera. La mattina andavo a scuola. Un giorno M. mi propose di scrivere qualcosa per il giornale. Ai tempi una compagnia petrolifera americana aveva stanziato una piattaforma di estrazione nel nostro territorio in cambio di una sostanziosa ricompensa al comune. La faccenda aveva sollevato l’indignazione di un gruppo di ambientalisti che, per protesta, aveva organizzato un sit-in davanti alla sede del comune. Protesta inutile, la compagnia petrolifera continua a estrarre quel poco di risorse che ci rimangono, sfruttando il nostro territorio e danneggiando l’ambiente. Ad ogni modo, il pezzo piacque al direttore del giornale, che me lo pubblicò. Inutile sottolineare non mi venne pagata una riga. Qualche tempo più tardi, in piena campagna elettorale, il sindaco della città, pur di ottenere voti, organizzò una campagna di raccolta differenziata mirata a sensibilizzare ed educare i cittadini. L’iniziativa venne accolta in città con entusiasmo e furono in tanti a ricordarsi di dividere la spazzatura in base ai colori dei sacchetti. Ogni mattina decine di camion raccoglievano la spazzatura attenendosi alle nuove direttive, sebbene in centro continuava a esserci un unico camion che raccoglieva tutta quanta insieme la spazzatura, senza distinzione per il colore dei sacchetti quindi venendo meno al principio di differenziazione. Più tardi scoprì i camion si preoccupavano di raccogliere la spazzatura scaricandola tutta quanta insieme nella stessa discarica comune, non lontano la città. In pratica quella del comune era stata soltanto una campagna fasulla, volta ad accattivarsi la simpatia e i voti dei cittadini. Niente meno che una ruffianata maleodorante e di pessimo gusto. La faccenda mi diede motivo di scrivere ancora un articolo che stavolta, però, il direttore si rifiutò di pubblicare. Certamente perchè il giornale iniziò a ricevere contributi dal comune e un articolo del genere avrebbe ulteriormente messo il sindaco in cattiva luce facendogli perdere voti. Inutile dire da quella volta in poi non ne volli più sapere e quello del giornalismo fu un sogno presto risolto in disillusione verso il quale perdetti ogni interesse. Dicendo questo non voglio mettere in cattiva luce tutti i giornali, nè mi scordo dei tanti indipendenti che continuano a fare informazione pulita secondo un principio di trasparenza. Dicendo questo voglio sottolineare l’inutilità di principio che spinge, oggi, un giornalista e un lettore a credere nella libertà di parola. Se mai fosse rimasto qualcuno in grado di crederci.
Con gli anni mi sono dilettata in un’infinità di lavori tali da rendere il mio curriculum non solo flessibile ma inutile. Di fatto faccio fatica a trovare lavoro persino in campagna, come donna delle pulizie, assistente agli anziani, in un bar o in un ristorante. Sono stata fortunata, di recente, a trovare un lavoro come cameriera in uno squallidissimo ristorante di mare in cambio di una paga miserevole che non solo offende la mia dignità ma mi costringe a riflettere sulla possibilità di non lavorare affatto in modo da risparmire sui costi di trasporto.
Qualche settimana fa lasciai il mio curriculum in un ristorante, anche questo al mare. Quando arrivai il proprietario mi fece qualche domanda di circostanza e disse avrebbe richiamato. Un paio di giorni dopo non ricevetti la chiamata del signore, ma quella di mio zio, che avendo una panineria non lontano dal ristorante conosce il proprietario e mi raccomandava di andare a lasciare il curriculum perchè ‘Non ti preoccupare Laura, dì a G. che sei mia nipote. G.mi ha assicurato è disposto a darti il lavoro.’ Pensate me ne importa di ripresentarmi al ristorante con in mano un secondo curriculum? Semmai vado a fargli visita per ricordargli quanto è stronzo, corrotto e mafioso. Tanto lui quanto il resto del sistema lavorativo italiano.