Non mi sono mai sentito allo stesso tempo cosí distaccato da me stesso e cosí presente nella realtá
Albert Camus

Stasera è stata la volta di Detachment, se è possibile il film più bello che mi è capitato vedere negli ultimi tempi, malinconicamente interpretato da Adrien Brody e diretto da Tony Kaye. La citazione di Camus a inizio riprese costituisce un’avvertenza, si tratta di un film drammatico molto drammatico, rigurgito post-modernista ed esistenzialista, con una buona dose di critica marxista e un finale ancora più amaro e irrimediabile. A buon ragione, un pugno allo stomaco e uno di quei post-it da tenere bene attaccato alla parete di camera come promemoria.
La trama racconta di un insegnante americano di letteratura alle prese con un sistema scolastico degradante, e il  film è un capolavoro di incredibile sensibilità e accortezza, la manifestazione di un disagio che tocca al cuore e rende ognuno impotente, un fallito, di fronte alla realtà.
Henry Barthes lavora come supplente precario in un liceo stereotipo che ha per alunni una generazione di ragazzi abbandonati dalla famiglia e strumentalizzati dalla società, robot da combattimento  educati alla violenza e all’idolatria mediatica di una realtà plastificata, dove tutto è apparire, denaro, successo, chirurgia estetica, videogiochi, televisione, stronzatelle multimediali, violenza gratuita, mercificazione, ignoranza, degrado morale, corruzione, mancanza di dialogo. Rubbish. Lavorare con gli studenti rievoca nell’insegnate il disagio della propria esistenza e l’occasione di riflettere sul proprio passato attraverso flashback e un continuo, denso, flusso di coscienza misto a poesia di toccante gentilezza.
Nel film convergono molti temi, ma è l’arte, la letteratura, la filosofia, a fare da perno e paragone di misura. Mi piacerebbe parlare della trama, ma ho deciso non farlo. Sarebbe bello ognuno di voi lo guardasse – se non lo ha ancora fatto – e se ne facesse un’idea per conto proprio. Sarebbe bello il film venisse proposto al parlamento e discusso nelle aule delle scuole.
Le citazioni da ricordare sarebbero tante, ma ho pensato trasciverne una su tutte che conclude il film e rende omaggio allo scrittore degli scrittori americani, Edgar Allan Poe. Il brano è tratto dal racconto ‘Il crollo della casa degli Usher’, che io ho qui e ho piacere a condividere. Perdonerete il sentimentalismo di questo post, ho pianto lacrime amare per tutta la durata del film. In compenso mi sono sentita meno sola.

_________IL CROLLO DELLA CASA DEGLI USHER____________

Son coeur est un luth suspendu;
sitot qu’on le touche il resonne (*)
De Beranger

Durante una malinconica, buia, sorda giornata d’autunno, con le nubi che gravavano opprimenti e basse nel cielo, avevo attraversato da solo, a cavallo, un tratto di campagna singolarmente deserto e, alla fine, mi ero ritrovato, al cadere delle ombre notturne, in vista della tetra Casa degli Usher. Non so come accadde ma, al primo sguardo verso la costruzione, un senso di tristezza insopportabile invase il mio spirito. Dico insopportabile perchè questa sensazione non era per niente alleviata da quella sensazione semi-piacevole, perchè poetica, con cui la mente di solito accoglie anche le più lugubri immagini naturali della desolazione e del terrore. Guardavo la scena dinanzi a me, la nuda casa, il semplice aspetto della proprietà, i muri smorti, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi cespugli fradici, qualche tronco bianco d’albero ammuffito; guardavo ogni cosa con una estrema depressione dell’animo, che non posso paragonare a nessun’altra sensazione terrestre, se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro scivolare della vita d’ogni giorno, l’orribile squarciarsi del velo. Vi erano un gelo, una prostrazione, un disgusto del cuore, una desolazione non riscattata del pensiero che nessuno stimolo dell’immaginazione avrebbe saputo volgere in qualche cosa di sublime. Che cos’era, mi fermai a riflettere, che cos’era che tanto mi snervava nella contemplazione della Casa degli Usher? Era un mistero del tutto insolubile; nè avrei potuto afferrare le chimere che si affollavano come ombre attorno a me, mentre fantasticavo. Fui costretto ad arrendermi di fronte alla conclusione, del tutto insoddisfacente, che mentre, senza alcun dubbio, vi sono combinazioni di oggetti che hanno il potere di influire così su di noi, l’analisi di questo potere è basata su considerazioni che sono al di là della nostra comprensione. Era possibile, pensai, che una piccola differenza nell’aspetto dei particolari della scena e dei dettagli del quadro sarebbe stata sufficiente a modificare, o forse ad annullare, la sua capacità di impressionarmi spiacevolmente; e, agendo sotto l’influenza di questo pensiero, condussi il cavallo sul dirupo scosceso di un buio e spettrale laghetto che si stendeva con la sua liscia lucentezza vicino alla casa, e guardai giù, rabbrividendo anche più di prima, verso le immagini rimodellate e capovolte dei cespugli grigi dei tronchi d’albero simili a fantasmi, delle finestre che sembravano occhi vuoti.
Eppure mi proponevo di abitare per qualche settimana in questa casa di tenebra.

Da Il Crollo della Casa degli Usher, Racconti, Edgar Allan Poe
(*)Il suo cuore è un liuto sospeso; non appena lo si tocca, risuona.