Wanda Wulz, Ristratto, 1934

Per esempio fra i libri insospettabili che non avrei mai pensato di avere letto, ce ne sono tre in particolare che mi hanno colpita perchè sembrano accomunati dallo stesso patema d’animo letterario, l’innamoramento. Il primo, di Roland Barthes, ‘Frammenti di un discorso amoroso’, è una sorta di dizionario dell’amore, che attraverso le citazioni di molti autori della letteratura classica e moderna, definisce l’abbecedario dei sentimenti, a partire dall’abbraccio, fino alla Sobria Ebrietas. Il secondo, di David Grossman, ‘Che tu sia per me il coltello’, ha in copertina un meraviglioso auto-ritratto della fotografa italiana, futurista, Wanda Wulz (1903-84), e raccoglie le lettere d’amore di un giovane Yair, follemente innamorato di una Miriam sposata a un altro uomo; il libro non deve essermi piaciuto molto perchè ho trovato appena una pagina soltanto segnata da un’orecchietta (le orecchiette definiscono l’indice di godibilità di un libro). Infine il terzo, l’imprevedibile, quello che fra tutti i libri che ho ritrovato davvero non avrei mai potuto pensare di avere letto, ‘Si sta facendo sempre più tardi’, di Antonio Tabucchi, venuto a mancare lo scorso marzo, amante della cultura portoghese, canterina, di miele, pessoano, anche questo una raccolta di lettere in agrodolce che si apre con una missiva in particolare, che ho voglia di condividere perchè racconta di un’isola, e di un uomo, sentimentale e rassegnato, un poeta sconsolato, che osserva, si emoziona, si pone delle domande, si risponde da solo. Quello che mi ha impressionata maggiormente di Tabucchi è il linguaggio, incredibilmente semplice e colloquiale, e i sospiri dell’innamorato ansioso. Due orecchiette. Quello che ai tempi deve avermi colpita maggiormente di questo libro, però, è questa meravigliosa fotografia di Kuligowski, in copertina.
(Per amplificare la godibilità di questo ‘post-topico’, intanto che trascrivevo il brano, ho ascoltato Milonga Del Angel, un pezzo di Astor Piazzolla, magistralmente reinterpretato da Al Di Meola. Dieci orecchiette su dieci. Non proprio mediterraneo, ma comunque latino, di terra e di acqua e di sale)

Eddie Kuligowski, Hold Tight, 1978

Mia Cara,

credo che il diametro di quest’isola non superi i cinquanta chilometri, al massimo. C’è una strada costiera che la gira tutta in tondo, stretta, spesso a picco sul mare, altrimenti pianeggiando in coste brulle che scendono a solitarie spiaggette di ghiaia orlate di tamerici bruciate dal salino, e in alcune a volte mi fermo. Da una di queste ti parlo, a bassa voce, perchè il meriggio e il mare e questa luce bianca ti hanno fatto chiudere le palpebre, stesa qui accanto a me, vedo il tuo seno che si solleva al ritmo pausato della respirazione di chi sta dormendo e non voglio svegliarti. Come piacerebbe questo posto a certi poeti che conosciamo, perchè è così scabro, essenziale, fatto di pietre, montagnole brulle, spini, capre. Mi è perfino venuto da pensare che quest’isola non esista, e di averla trovata solo perchè la stavo immaginando. Non è un luogo, è un buco: intendo della rete. C’è una rete nella quale pare sia ormai impossibile non essere catturati, ed è una rete a strascico. In questa rete io insisto a cercare buchi. Ora mi pareva quasi di aver sentito la tua risatina ironica: ‘E dagli, ci risiamo!’. E invece no: hai le palpebre chiuse e non ti sei mossa. Me lo sono solo immaginato. Che ore saranno? Non ho portato l’orologio, che del resto qui è del tutto superfluo.
Ma ti stavo descrivendo questo luogo. La prima cosa a cui fa pensare è a com’è troppo il troppo che il nostro tempo ci offre, almeno a noi che per fortuna stiamo dalla parte migliore. Invece guarda le capre: sopravvivono con niente, mangiano anche i pruni e leccano persino il sale. Quanto più le guardo, più mi piacciono, le capre. Su questa spiaggetta ce n’è sette o otto che si aggirano tra i sassi, senza pastore, probabilmente appartengono ai proprietari della casetta dove mi sono fermato a mezzogiorno. C’è una specie di caffè sotto un’incannicciata dove si possono mangiare olive, formaggio e melone. La vecchietta che mi ha servito è sorda e ho dovuto gridare per chiedere queste poche cose, mi ha detto che suo marito arrivava subito, ma suo marito non l’ho visto, forse è una sua fantasia, oppure ho capito male. Il formaggio lo fa lei con le sue mani, mi ha portato nel cortile di casa, uno spiazzo polveroso circondato da un muro a secco pieno di cardi dove c’è l’ovile delle caprette. Le ho fatto un segno con la mano a falce, come per significare che dovrebbe tagliare i cardi che bucano e nei quali si inciampa. Lei mi ha risposto con un segno identico, ma più deciso. Chissà cosa voleva dire con quella mano che tagliava l’aria come una lama. Accanto alle stalle il casale si prolunga in una specie di cantina scavata nella roccia dove lei fabbrica il suo formaggio, che è poco più di una ricotta salata fatta stagionare al buio, con una crosta rossastra di peperoncino. Il suo laboratorio è una stanza scavata nella pietra, freschina, direi gelida. C’è uno scrematoio di granito dove lascia cagliare il latte e un mastello dove lavora il siero, su una tavola rugosa e inclinata sulla quale impasta il caglio come se fossero dei panni su un lavatoio, strizzandolo perchè ne esca tutta l’acqua; e poi lo infila in due forme dove esso rassoda , sono forme di legno che si aprono e si chiudono a morsa, una è rotonda, e questo è normale, mentre l’altra ha la figura di un asso di picche, o almeno a me è sembrato così, perchè ricorda il seme delle nostre carte da gioco. Ho comprato una forma di formaggio e avrei voluto quella fatta come l’asso di picche, ma la vecchia me l’ha rifiutata e mi sono dovuto accontentare di quella rotonda. Le ho chiesto una spiegazione e ne ho cavato dei mugugni sgraziati e gutturali, quasi stridenti, accompagnati da gesti indecifrabili: si circondava la circonferenza del ventre e si toccava il cuore. Chissà: forse voleva significare che quel tipo di formaggio è riservato solo a certe cerimonie essenziali alla vita: la nascita, la morte. Ma come ti dicevo, forse è solo l’interpretazione della mia fantasia che sovente galoppa, come sai. Ad ogni modo il formaggio è squisito, fra queste due fette di pane scuro che sto mangiando dopo avervi versato un filo d’olio d’oliva, che qui non manca, e qualche foglia di timo che condisce ogni piatto, dal pesce al coniglio selvatico. Avrei voluto chiederti se anche tu avevi appetito: guarda, è squisito, ti ho detto, è una cosa irripetibile, fra un po’sarà sparito anche lui nella rete che ci sta avvolgendo, per questo formaggio non ci sono buchi nè vie d’uscita, approfittane. Ma non volevo disturbarti, era così bello il tuo sonno, e così giusto, e ho taciuto. Ho visto passare un bastimento in lontananza e ho pensato alla parola che ti stavo scrivendo: bastimento. Ho visto passare un bastimento carico di?..Indovina.
Sono entrato nel mare piano piano con una sensazione panica, come il luogo richiedeva. Mentre entravo nell’acqua, con i sensi già disposti a ciò che il sole meridiano e l’azzurro e il sale marino e la solitudine suscitano in un uomo, ho sentito una tua risatina ironica dietro le spalle. Ho preferito ignorarla e sono avanzato nell’acqua fino a quasi l’ombelico, quella stupida fa finta di dormire, ho pensato, e mi prende in giro. Come per sfida sono andato avanti, e sempre per sfida, ma anche per farti uno sberleffo, mi sono girato di scatto esibendomi nella mia nudità. Oplà!, ho gridato. Non ti sei mossa di un millimetro, ma la tua voce mi è giunta chiarissima e soprattutto il tono, che era sardonico. Bravo, complimenti, sembri ancora in forma!, ma la Spiaggia del Miele era vent’anni fa, è passato un po’ di tempo, attento a non fare un buco nell’acqua! La frase era piuttosto velenosa, devi ammetterlo, indirizzatata a qualcuno che entrava nel mare giocando a fare il maturo fauno, mi sono guardato, e ho guardato l’azzurro intorno a me e mai metafora mi è parsa più appropriata, e il senso del ridicolo mi ha colto, e con esso lo stupore, come un disorientamento, e una specie di vergogna, cosicchè mi sono portato le mani davanti per coprirmi, insensatamente, visto che di fronte a me non c’era nessuno, soltanto mare e cielo e nient’altro. E tu eri lontana, immobile sulla spiaggia, troppo lontana per avermi bisbigliato quella frase. Sto sentendo voci, ho pensato, è un’allucinazione sonora. E per un attimo mi sono sentito paralizzato, come un sudore gelido sul collo, e l’acqua mi è sembrata di cemento come se vi fossi restato imprigionato e vi dovessi soffocare murato per sempre, come una libellula fossile rimasta in un blocco di quarzo. E a stento, passo dopo passo, senza voltarmi all’indietro, ho cercato di evadere dal panico che ora mi aveva colto davvero, quel panico che fa perdere i punti cardinali, sono arretrato fino alla spiaggia dove almeno sapevo che comunque c’eri tu come punto di riferimento, quel sicuro punto di riferimento che mi hai sempre dato, stesa su un asciugamano accanto al mio.
Ma con tutto questo stavo saltando di palo in frasca, come si suol dire, perchè se non sbaglio ti parlavo dell’isola. Dunque: se a occhio e croce ha un diametro di non più di cinquanta chilometri, secondo me non c’è più di un abitante ogni dieci chilometri quadrati. Dunque, pochini davvero. Forse sono di più le capre, anzi ne sono certo. L’unico bene che la terra produce, oltre ai rovi di more a ai fichi d’India, è il melone, laddove il terreno pietroso si fa sabbia, una rena giallognola dove gli abitanti coltivano i meloni, solo meloni, piccoli come pompelmi, e dolcissimi. I campi di meloni sono divisi fra di loro da cespi di una vite che pare quasi selvatica e che cresce in buche scavate nella sabbia affinchè non le bruci il salmastro e nel cavo si possa raccogliere la rugiada notturna, che deve essere l’unico nutrimento per le loro radici. Dall’uva si ottiene un vino rosato scuro, di alta gradazione, credo che costituisca l’unica bevanda dell’isola, oltre agli infusi di erbe spontanee che si bevono in abbondanza anche freddi, e che sono amari ma assai profumati. Alcuni sono gialli, perchè c’è una specie di crocco spinoso che fiorisce tra i sassi e che assomiglia a un carciofo piatto; e quella bevanda dà una forte ebbrezza, assai più del vino, ed è riservata ai malati e ai moribondi. Dopo un insolito benessere ti fa dormire a lungo, e quando ti svegli non sai quanto tempo è passato: forse qualche giorno, e non si fa nessun sogno.
Sono certo che pensi che in un luogo come questo sarebbe necessario portare una tenda. Si, ma dove piantarla: fra i sassi?, fra i meloni? E poi, lo sai, non sono mai stato un asso a piantare tende, mi venivano tutte storte, poverine, facevano pena. Invece ho trovato un posto al villaggio. Da non crederci, ma tu arrivi in un borgo bianco che non ha neppure un nome, si chiama semplicemente villaggio, e sul mulino a vento in rovina che fa da sentinella alle quattro case, dopo una salita di scalini sconquassati c’è un cartello con una freccia: Albergo, 100 mt. Ha due stanze, una è disabitata. Il padrone dell’albergo è un uomo attempato e di poche parole. E’stato marinaio e conosce varie lingue, almeno per comunicare, e nell’isola è tutto: postino, farmacista, poliziotto. Ha l’occhio destro di un colore diverso da quello sinistro, non credo sia per natura, ma per un misterioso incidente che gli capitò in uno dei suoi viaggi e che ha tentato di spiegarmi con avare parole e con il gesto inequivocabile di chi indicandosi un occhio raffigura qualcosa che lo colpì. La stanza è molto bella, davvero non ce la saremmo immaginata così, nè io nè tue. E’ una grande mansarda che dà sul cortile, con il soffitto che pende fino ad una terrazza poggiata sulle colonne di pietra del portico attorno alle quali si arrotola un rampicante di foglie molto verdi e robuste, un po’grasse, carico di bottoni che la notte si schiudono con un profumo intenso. Credo che quei fiori allontanino gli insetti, perchè non ne ho mai visti sulle pareti, a meno che questa pulizia non sia opera dei non pochi gechi che popolano il soffitto: grassi anche loro, e assai simpatici, perchè sono sempre immobili, almeno apparentemente.
Il burbero proprietario ha una vecchia serva che la mattina mi porta in camera una colazione consistente in ciambelle di pane d’anice, miele, formaggio fresco e un bricco di una tisana che sa di menta. Quando scendo lui è sempre chino su un tavolo a fare i conti. Di che cosa, poi, vallo a sapere. Nella sua sobrietà verbale è tuttavia premuroso. Mi domanda sempre: come esta su esposa? Chissà perchè ha scelto di parlarmi in spagnolo, e la parola ‘esposa’, che lui pronuncia con il dovuto rispetto, e che già di per sè è un po’ridicola, meriterebbe una bella risata come risposta. Ma che esposa e esposa, mi faccia il piacere!, e giù una bella pacca sulle spalle. E invece rispondo con la serietà che la situazione richiede: sta bene, stamattina si è svegliata molto presto, è già scesa alla spiaggia e non ha neppure fatto colazione. Povera signora, risponde lui sempre in spagnolo, a digiuno sul mare, non può essere! Batte le mani e arriva la vecchia. Le parla nella sua lingua e lei, svelta svelta, prepara il solito panierino affinchè tu non resti a digiuno. Ed è proprio questo che ti ho portato anche stamattina: una ciambella di pane all’anice, formaggio fresco, miele. Mi sento un po’ Cappuccetto Rosso, ma tu non sei la nonna e per fortuna non c’è il lupo cattivo. C’è solo una capretta marroncina in mezzo al bianco delle rocce, l’azzurro sullo sfondo, il sentiero da percorrere fino alla spiaggetta per stendermi sull’asciugamano accanto al tuo.
Ti avevo fatto un biglietto ‘aperto’, come dicono in linguaggio tecnico le agenzie. Costano il doppio, lo so, ma ti consentono di rientrare il giorno che vuoi: e non dico tanto per il battellino che fa la spola ogni giorno fino alla cosiddetta civiltà, ma soprattutto per l’aereo dell’isola più vicina, dove c’è una pista d’atterraggio. E non per buttare via i soldi, lo sai che sono oculato nelle spese, nè per farti vedere quanto sia generoso, che magari non lo sono affatto. E’che capisco i tuoi impegni: le cose che uno ha da fare, e qui e là, e avanti e indietro. Insomma: la vita. Ieri sera mi hai detto che oggi dovevi ripartire, dovevi proprio. Ebbene, guarda, riparti, il biglietto aperto serve proprio a questo. No problem, come dicono oggi. Fra l’altro il momento è favorevole, perchè il mare è in risacca, e porta al lago.
Ho preso il tuo biglietto, sono entrato nel mare (questa volta addirittura con i pantaloni, per mantenere il decoro dovuto ad un commiato) e l’ho depositato sulla superficie dell’acqua. L’onda l’ha avvolto, ed è scomparso alla vista. Oddio, ho pensato per un momento con quel batticuore di quando si assiste a una partenza (le partenze causano sempre un po’ d’ansia, e tu sai che in me è sempre eccessiva), finirà contro le rocce. E invece no. Ha preso la direzione giusta, galleggiando gagliardamente sulla corrente che rinfresca il piccolo golfo, ed è scomparso in un attimo. Ho cercato di sventolare l’asciugamano per dirti ciao, ma tu eri già troppo lontana. Magari non te ne sei neppure accorta.
Da Si sta facendo sempre più tardi, Antonio Tabucchi, 2001