In questi giorni sto ritrovando a casa dei miei decine di libri, di cui non solo avevo scordato il titolo e l’autore, ma il fatto di averli addirittura letti. Io ho una pessima memoria, davvero pessima. Nove volte su dieci motivo di forte imbarazzo e frustrazione. Mi rendo conto la mia pessima memoria dipende da molti fattori, in primis da un meccanismo che ho capito di auto-difesa, prevenzione e preservazione, messo deliberatamente in atto dal mio cervello perch’io possa fare a meno di certi ricordi che evidentemente devono averlo ingolfato e mandato in tilt. A quel punto il mio cervello deve avere resettato il sistema cancellando dalla memoria i dati più ingombranti. Ogni tanto un suono, una parola, un oggetto, una particolare congiunzione di eventi, rivelano i falli di questo procedimento, il ricordo riaffiora nella memoria e io ho come la sensazione di stare vivendo un deja vu – in realtà un evento davvero accaduto. Un giorno Dorotea, che saluto (:*), mi ha regalato un carillon, una giostrina di cavallini a dondolo a cui bastava dare la carica perchè iniziassero a muoversi e l’ingranaggio a produrre una musichetta dolce e molto evocativa. Appena ho scartato la confezione del regalo, ho visto il carillon, l’ho caricato, ne ho sentito la musichetta, sono scoppiata in lacrime. Non riuscivo a fermarmi nè a capire perchè stavo piangendo così tanto. Non era un pianto di emozione, era proprio, bha, disperazione? Angoscia? Non certo nostalgia. Ho poi riflettuto e mi è venuto in mente un vecchio carillon che mi era stato regalato da bambina, una scatola, credo nera, forse marrone scuro, di raso lucido, con dentro una ballerina in punta di piedi e un tutù rosa, che io amavo molto ma avevo scordato di avere mai avuto. Un giorno mio padre me l’ha buttata. Devo esserci rimasta particolarmente male (sebbene io non riesca a ricordare cosa è successo).
Ricordavo di avere letto molti romanzi di Stefano Benni, che mi piaceva tanto; Gabriel Garcia Marquez, Alessandro Baricco, Andrea De Carlo, Daniel Pennac, De Crescenzo, Nick Hornby, fra i classici Erasmo, Campanella, Dumas, De Maupassant, Flaubert, Wilde, Nietzsche, Kafka, Lawrence, Hemingway, Goethe, Poe, Proust, Fante, Kourac, London; Banana Yoshimoto, della quale ricordavo di avere letto quasi tutto (Kitchen specialmente era stato il primo dei suoi romanzi letti a cui mi ero particolarmente affezionata e me l’aveva fatta amare tanto); Herman Hesse, che ai tempi, intorno ai sedici anni, ricordo segnò una svolta nella mia vita, specialmente con il romanzo ‘Il lupo della steppa’. Quello che mi ha sorpresa molto è di avere trovato libri di Ingeborg Bachmann, Doris Lessing, la Austen, la Woolf, che paura! Soltanto la Alliende conferisce dignità a questa imbarazzante pleiade di scrittrici donne che, perdonatemi, non sono mai riuscita a leggere e verso le quali ho sempre provato grande, grande, antipatia, e per la banalità delle paranoie esistenziali, da ricca borghese viziata e capricciosa, e per la freddezza e austerità del carattere, distaccato, superbo e spesso altezzoso. Brrr aiuto
Oltre a Hikmet, Puskin, Garcia Lorca, ho trovato tra i poeti anche Octavio Paz, e una poesia in particolare, che mi preoccupai di segnare facendo un’orecchietta nella pagina. Questa

Madrigale

Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte
Sei nata per vivere in un’isola

Dev’essere stato allora che ho deciso di lasciare casa e iniziare a viaggiare.
Ci sono poi libri e autori dei quali vado particolarmente orgogliosa, e per il fatto di averli avuti amici, e per il fatto di essere riuscita a comprenderli; fra gli italiani spiccano Pavese, Tozzi, Vittorini, Calvino, Pasolini, Svevo, Pirandello, De Roberto, Umberto Eco, che però, a differenza di tutti, ho sempre fatto fatica a leggere ma è stato di fondamentale aiuto perch’io mi sentissi spronata a migliorare e conoscere (lo stesso dicasi di Joyce e Beckett); tanti scrittori russi, dei quali vado ancora più fiera: Cechov, Gogol, Turgenev, Tolstoj, Dostojevski, Goncarov (del quale ho persino un romanzo raro, Ninfodora Ivanovna, considerato uno dei primi gialli, snobbatissimi, della letteratura russa), Puskin, Majakovskij, Trotsky, Bakunin, e poi un lungo elenco di allegri anarchici, non solo russi, Proudhon in testa, che costituiscono reato appena per il fatto di possederli e tenerli chiusi in scatola, determinati, dissidenti, cazzuti e moderatamente incazzati. Vorrei che qualcuno mi arrestasse, per questo. Io sono una schifosissima cagna anarchica malata di utopia. Ognuno ha i propri difetti, io ho questa malattia inguaribile, aggravata da una disgustosissima nausea di stampo esistenzialista. Un giorno spero morirò bruciata al rogo. Davanti al Vaticano, infibulata, marchiata e con un crocifisso ficcato nella vagina da un giovane chirichietto, molestato da un prete gay. Così desidero morire e questo è il mio testamento.
Per concludere una statuetta d’oro, che va di merito al Kovalev, prestigioso vocabolario russo che ai tempi mi costò tre settimane di lavoro forzato in una pizzeria vicino casa, e non ho mai, mai, mai, voluto nè rivendere nè mai prestare. E per finire il libro della vergogna, che ricordo mi venne regalato dal mio primo fidanzato, A., tifoso m.s.ino, fiammatricolorista, mussoliniano, almirantino, finiano, berlusconiano, oggi avvocato, spero redento: La scossa, di Bruno Vespa. Se questo non è stato un buon motivo per lasciarlo. Di contro un paio di libri in particolare, di cui usavo servirmi non solo come arma di difesa contro di lui, ma anche contro gli insegnanti: Contro l’Europa (di Ida Magli), No Global (di Demichelis, Ferrari, Masto, Scalettari), Antipartito (di Pescini), La banalità del male (di Hannah Arendt), Iraq. Dieci ragioni contro la guerra (di Milan Rai).
In quegli anni ero abbastanza attiva e politicamente e socialmente. Ancora prima di lasciare l’Italia, intorno ai 22, 23, 24 anni, collaboravo anche con un giornale locale e con quello universitario. E’ poi successo qualcosa, meglio sono successe molte cose, che a distanza di anni ricordo confusamente, ma in fondo non mi spiace avere del tutto rimosso e con mia grande soddisfazione. Oggi che ho trent’anni, provo imbarazzo per quegli anni. Quello che mi spiace maggiormente è il fatto di aver perso così tanto tempo a leggere, a sporcarmi le mani e rompermi la schiena per nulla. Potessi tornare indietro valuterei seriamente la possibilità di leggere con passione Le piccole donne, La bella addormentata nel bosco, La micetta tuttofare, La sbadatina tontolona, Donne in carriera, Il diario di Bridget Jones, persino la Austen, persino la Woolf, sentendomi fiera della mia altezzosità e della mia superbia.

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