Illustration by Terry Fan

La campagna, che meraviglia, secca, arsa dal sole, il frinire delle cicale, il gracidio dei corvi, le balle di fieno, onde alte, onde basse, onde alte, onde basse, che disegnano ricami di spuma dorata nei campi fiatati dallo scirocco, e il Mediterraneo, dietro i muretti a secco, a pennellate di cielo e nuvole oltre il limitare della terra cotta. I papaveri. I girasoli.
C’è una pineta vicino casa dove vado quasi tutti i giorni, a correre e passeggiare; qualche anno fa un incendio ha bruciato diversi ettari di terreno impoverendo di molto il paesaggio e privandolo del verde che prima ossigenava l’aria e offriva frescura nelle colline. Mi piacerebbe riconoscere la varietà di uccelli che mi capita di vedere, spesso piccoli come passerotti e con le ali sfumate di azzurro e giallo; un giorno mi è capitato incontrare un riccio, un altro un paio di volpi (sebbene potrebbe trattarsi delle guardie forestali che si aggirano tra i cespugli e a tarda sera spiano le coppiette appartate in macchina nelle aree di sosta).
Sapevate i celti usavano assegnare un albero ai giorni del caldendario, che si distingue dal nostro perchè inizia il primo giorno di novembre, e in base allo studio delle costellazioni minori associare un albero alla nascita di ciascun individuo. Secondo la tradizione celtica io sono un abete.
Tra gli alberi che punteggiano di verde le colline della pineta, ci sono molti cipressi, abeti, lecci e oleandri, che amo particolarmente per via del portamento arbustivo e i meravigliosi fiori. Pare il fusto e le foglie dell’oleandro particolarmente velenosi. Natura matrigna e ingannevole.
Stamattina, passeggiando tra i pini, mi è venuto in mente Il barone rampante, di Italo Calvino, che da ragazzino litiga col padre e sale su un albero per trascorrere tra i rami tutta la vita; il romanzo è ambientato nel settecento ed evoca molto il racconto filosofico di Diderot e Voltaire, le avventure di Crusoe disperso in un’isola deserta, le sfide di Fogg in giro per il mondo in ottanta giorni. Il giovane Cosimo si arrampica di ramo in ramo e di albero in albero supera confini, vive avventure, legge romanzi, conosce uomini (persino Napoleone, persino lo zar di Russia), fantastica di uno stato ideale alla maniera di Platone, si innamora. Sullo sfondo la campagna ligure e i botti della Rivoluzione Francese.
Ho ritrovato questo libro a casa dei miei, in soffitta, dentro una scatola ricoperta di polvere e sporcizia. La libreria del soggiorno di casa è già troppo piena di prestigiose bomboniere e cornici e fronzoli, perchè vi rimanga spazio libero da stanziare a carabattole inutili come i libri, per scrupolo meglio depositati nel garage.
Mi rendo conto non è carino, ma mi piace riportare appena le pagine conclusive del romanzo, che io amo molto, e  danno speranza. La speranza di salire su una mongolfiera e viaggiare lontano, almeno con l’immaginazione.
A parlare è il fratello di Cosimo, che scrive

Ora io non so che cosa ci porterà questo secolo decimonono, cominciato male e che continua sempre peggio. Grava sull’Europa l’ombra della Restaurazione; tutti i novatori – giacobini o bonapartisti che fossero – sconfitti; gli ideali della giovinezza, i lumi, le speranze del nostro secolo decimottavo, tutto è cenere.
Io confido i miei pensieri a questo quaderno, nè saprei altrimenti esprimerli: sono stato sempre un uomo posato, senza grandi slanci o smanie, padre di famiglia, nobile di casato, illuminato di idee, ossequiente alle leggi. Gli eccessi della politica non m’hanno dato mai scrolloni troppo forti, e spero che così continui. Ma dentro, che tristezza!
Prima ero diverso, c’era mio fratello; mi dicevo: ‘c’è già lui che ci pensa’ e io badavo a vivere. Il segno delle cose cambiate per me non è stato nè l’arrivo degli Austrorussi nè l’annessione al Piemonte nè le nuove tasse o che so io, ma il non veder più lui, aprendo la finestra, lassù in bilico. Ora che lui non c’è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofia, la politica, la storia, seguo le gazzette, leggo i libri, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirla con parole ma solo vivendo come visse. Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini.
Ricordo quando s’ammalò. Ce ne accorgemmo perchè portò il suo giaciglio sul grande noce là in mezzo alla piazza. Prima, i luoghi dove dormiva li aveva sempre tenuti nascosti, col suo istinto selvatico. Ora sentiva bisogno d’essere sempre in vista degli altri. A me si strinse il cuore: avevo sempre pensato che non gli sarebbe piaciuto di morire solo, e quello forse era già un segno. Gli mandammo un medico, su con una scala; quando scese fece una smorfia ed allargò le braccia.
Salii io sulla scala – Cosimo, – principia a dirgli, – hai settantacinque anni passati, come puoi continuare a star lì in cima? Ormai quello che volevi dire l’hai detto, abbiamo capito, è stata una gran forza d’animo la tua, ce l’hai fatta, ora puoi scendere. Anche per chi ha passato tutta la vita in mare c’è un’età in cui si sbarca.
Macchè. Fece di no con la mano. Non parlava quasi più. S’alzava, ogni tanto, avvolto in una coperta fin sul capo, e si sedeva su un ramo a godersi un po’ di sole. Più in là non si spostava. C’era una vecchia del popolo, una santa donna (forse una sua antica amante), che andava a fargli le pulizie, a portargli piatti caldi. Tenevamo la scala a pioli appoggiata contro il tronco, perchè c’era sempre bisogno d’andar su ad aiutarlo, e anche perchè si sperava che si decidesse da un momento all’altro a venir giù. (Lo speravano gli altri; io lo sapevo bene come lui era fatto). Intorno, sulla piazza c’era sempre un circolo di gente che gli teneva compagnia, discorrendo tra loro e talvolta anche rivolgendogli una battuta, sebbene si sapesse che non aveva più voglia di parlare.
S’aggravò. Issammo un letto sull’albero, riuscimmo sistemarlo in equilibrio; lui si coricò volentieri. Ci prese un po’ il rimorso di non averci pensato prima: a dire il vero lui le comodità non le rifiutava mica: pur che fosse sugli alberi, aveva sempre cercato di vivere meglio che poteva. Allora ci affrettammo a dargli altri conforti: delle stuoie per ripararlo dall’aria, un baldacchino, un braciere. Migliorò un poco, e gli portammo una poltrona, le assicurammo tra due rami; prese a passarci le giornate, avvolto nelle sue coperte.
Un mattino invece non lo vedemmo nè in letto nè in poltrona, alzammo lo sguardo, intimoriti: era salito in cima all’albero e se ne stava a cavalcioni d’un ramo altissimo, con indosso solo una camicia.
-Che fai lassù?
Non rispose. Era mezzo rigido. Sembrava stesse là in cima per miracolo. Preparammo un gran lenzuolo di quelli per raccogliere le olive, e ci mettemmo in una ventina a tenerlo teso, perchè ci s’aspettava che cascasse.
Intanto andò su un medico; fu una salita difficile, bisognò legare due scale una sull’altra. Scese e disse: -Vada il prete.
C’eravamo già accordati che provasse un certo Don Pericle, suo amico, prete costituzionale al tempo dei Francesi, iscritto alla Loggia quando ancora non era proibito al clero, e di recente riammesso ai suoi uffici dal Vescovado, dopo molte traversie. Salì coi paramenti e il ciborio, e dietro il chierico. Stette un po’lassù, pareva confabulassero, poi scese. – Li ha presi i sacramenti, allora, Don Pericle?
-No, no, ma dice che va bene, che per lui va bene -. Non si riuscì a cavargli di più.
Gli uomini che tenevano il lenzuolo erano stanchi. Cosimo stava lassù e non si muoveva. Si levò il vento, era libeccio, la vetta dell’albero ondeggiava, noi stavamo pronti. In quella in cielo apparve una mongolfiera.
Certi aeronauti inglesi facevano esperienze di volo in mongolfiera sulla costa. Era un bel pallone, ornato di frange e gale e fiocchi, con appesa una navicella di vimini: e dentro due ufficiali con le spalline d’oro e le aguzze feluche guardavano col cannocchiale il paesaggio sottostante. Puntarono i cannocchiali sulla piazza, osservando l’uomo sull’albero, il lenzuolo teso, la folla, aspetti strani del mondo. Anche Cosimo aveva alzato il capo, e guardava attento il pallone.
Quand’ecco la mongolfiera fu presa da una girata di libeccio; cominciò a correre nel vento vorticando come una trottola, e andava verso il mare. Gli aeronauti, senza perdersi d’animo, s’adoperavano a ridurre – credo – la pressione del pallone e nello stesso tempo srotolarono giù l’ancora per cercare d’afferrarsi a qualche appiglio. L’ancora volava argentea nel cielo appesa a una lunga fune, e seguendo obliqua la corsa del pallone ora passava sopra la piazza, ed era pressapoco all’altezza della cima del noce, tanto che temevamo colpisse Cosimo. Ma non potevamo supporre quello che dopo un attimo avrebbero visto i nostri occhi.
L’agonizzante Cosimo, nel momento in cui la fune dell’ancora gli passò vicino, spiccò un balzo di quelli che gli erano consueti nella sua gioventù, s’aggrappò alla corda, coi piedi sull’ancora e il corpo raggomitolato, e così lo vedemmo volar via, trascinato nel vento, frenando appena la corsa del pallone, e sparire verso il mare..
La mongolfiera, attraversato il golfo, riuscì ad atterrare poi sulla riva. Appesa alla corda c’era solo l’ancora. Gli aeronauti, troppo affannati a cercar di tenere la rotta, non s’erano accorti di nulla. Si suppose che il vecchio morente fosse sparito mentre volava in mezzo al golfo.
Così scomparse Cosimo, e non ci diede neppure la soddisfazione di vederlo tornare sulla terra da morto. Nella tomba di famiglia c’era una stele che lo ricorda con scritto: ‘Cosimo Piovasco di Rondò – Visse sugli alberi – Amò sempre la terra -Salì in cielo’.

Ogni tanto scrivendo m’interrompo e vado alla finestra. Il cielo è vuoto, e a noi vecchi d’Ombrosa, abituati a vivere sotto quelle verdi cupole, fa male agli occhi guardarlo. Si direbbe che gli alberi non hanno retto, dopo che mio fratello se n’è andato, o che gli uomini sono stati presi dalla furia della scura. Poi, la vegetazione è cambiata:non più i lecci, gli olmi, le roveri: ora l’Africa, l’Australia, le Americhe, le Indie allungano fin qui rami e radici. Le piante antiche sono arretrate in alto: sopra le colline gli olivi e nei boschi dei monti pini e castagni; in giù la costa è un’Australia rossa d’eucalipti, elefantesca di ficus, piante da giardino enormi e solitarie, e tutto il resto è palme, coi loro ciuffi scarmigliati, alberi inospitali del deserto.
Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolarie e ritagli, forse c’era solo perchè ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito.
(1957)

da Il Barone Rampante, Italo Calvino, 1957