Scusate se parlo sottovoce, mi trovo alla biblioteca Haringay e non vorrei disturbare il resto della gente qui intorno assorta in contemplatico silenzio. Da qualche giorno abbiamo in casa problemi di connessione, dunque ho pensato bene approfittare dei tanti pc (circa una quarantina) messi a disposizione dalla biblioteca per controllare la posta e scrivervi.
Uno dei maggiori rischi che il mercato degli e-book comporta, è anche quello di far chiudere posti come questo di vitale importanza all’interno di una comunità. Molti dimenticano l’educazione NON è un diritto esteso a tutti e posti come una biblioteca locale, permettono a gente squattrinata come me di poter studiare gratuitamente e usufruire dei tanti servizi messi a disposizione della comunità perchè, ripeto, tutti, chiunque, homeless, studenti, bambini, disoccupati, impiegati, anziani, possano beneficiare GRATUITAMENTE della Cultura, patrimonio dell’umanità intera. Se questo non è un buon motivo per BOICOTTARE l’acquisto di e-book ed e-book reader ( se ve ne servissero altri: E-Book? DUMPED).
Detta in tutta onestà, mi sono scocciata di pagare e soffrire a causa della vostra negligenza e del vostro disinteresse. Io, gli homeless, gli studenti squattrinati, i bambini, i disoccupati, gli anziani, abbiamo diritto a vivere e non soltanto a subire la vita e le vostre scelte imposte.
Detto questo, veniamo all’uomo dado. Da dove iniziare.
Quando ho scelto di proporre questo libro ho pensato di collocarlo nella lista dopo The Dangling Man di Saul Bellow perchè ho avuto l’intuizione i due avrebbero potuto offrire un buon esempio di dicotomia letteraria; tant’è entrambi gli scrittori sembrano motivati da più o meno le stesse tensioni ideali; a cambiare nei loro romanzi è chiaramente il punto di vista e il contesto sociale e culturale, ma non l’esito, diametralmente opposto eppure in entrambi i casi, a mio parere, affatto soddisfacente.
Volendo considerare quella tra The Dangling Man e The Dice Man una sfida a scacchi, allora la loro è partita patta. Credo proprio. L’uno sembra contraddire l’altro e l’altro l’uno appena nella forma ma non nella sostanza. Bellow mistifica l’uomo cui volontà di potenza è appena un vano tentativo di superamento e compiuta realizzazione umana, mentre Rhinehart demistifica l’uomo per mistificare un dado, a cui in definitiva attribuisce un potere divinatorio tale da renderlo un super eroe, quell’ eroe che sia Bellow che Rhinehart ambiscono a essere ma tuttavia falliscono a diventare. E’ a questo punto che la lettura di entrambi i romanzi rivela quell’odiosa verità che noi tutti ci si rifiuta di accettare: l’uomo, è finito. Intendo limitato. C’è una tale discrepanza tra ciò che un uomo (intendo per uomo il genere umano) è in grado di anelare, ambire, desiderare, immaginare, e ciò che l’uomo è nelle reali possibilità di fare e ottenere. Credo è giusto quella discrepanza tra ciò che è desiderabile e auspicabile e ciò che è, anzi non è, a rendere noi uomini eternamente infelici, insoddisfatti e appassionati di letteratura, cinema ed arte.
Io credo seriamente la vita un bluff. Quando ho lasciato casa a 17 anni non mi aspettavo nulla dalla vita, ma sapevo qualcosa sarebbe inevitabilmente successo, per questo ho nutrito la speranza di vederlo succedere. Se Rhinehart si serve di un dado, io mi sono sempre servita di certe intuizioni, o segni, che prima realizzo e poi seguo, no matter what. Quando intorno ai 22, 23, 24 anni mi sono accorta quello che stava succedendo era niente ma un inganno, allora, in quel momento, sono andata seriamente in crisi per la seconda volta da quando sono nata. Intorno ai sedici anni Sartre, ma non solo lui, mi aveva già messa in guardia, non succede niente e ciò che succede converge nel nulla, ma io non potevo credergli nè avevo i mezzi per contraddirlo o capire esattamente a cosa lui si riferisse. Dalla mia ho sempre avuto una certa propensione all’ottimismo, che ho si ancora ma in fondo con meno entusiasmo I am afraid. Non ho mai creduto alla felicità ma ho sempre desiderato essere felice. Per questo mi struggo, inganno me stessa, mi ritrovo nuovamente in crisi. Oggi come allora e nel frattempo.
Ho trovato The Dice man un libro incredibilmente divertente e Luke Rhinehart un uomo molto molto molto intelligente e ambizioso, che bisogna leggere con particolare attenzione e spirito critico, se non ci si vuole fare prendere per il naso. Questo romanzo è un cheap deal e un’ottima terapia. Dite le provocazioni sono tantissime ed estreme, ma è proprio questo l’obiettivo del romanzo, stimolare nel lettore una reazione.
Ho letto molti commenti negativi circa il libro, ritenuto un ammazza-tempo di poco valore letterario, mentre io lo trovo un buon manuale che va letto senza pregiudizi. How to be a good actor. How to think like a writer. How to go crazy by doing drugs. How not to be a stereotype and turn into a human being.
Il libro è del’71 e credo Rhinehart molto furbo nell’approfittare della popolarità di Timoty Leary che in quegli anni scandalizza l’America e il mondo tutto con il ritornello Turn on, tune in, drop out di rimando all’utilizzo di droghe psichedeliche come sostitutivo e coadiuvante nella psicoterapia. Personalmente sono contraria all’uso di psicofarmaci e altre droghe legali che a mio parere hanno solo l’effetto di disumanizzare e intontire chi le prende. Io sono bipolare, dovrei seguire una cura di litio, ma mi sono sempre rifiutata di prendere medicine; a mio parere, e che nessuno mi prenda sul serio, gli psicofarmaci (a iniziare da prozac, zoloft e shit like that), non costituiscono una valida alternativa al mio disagio esistenziale. Quelle medicine hanno soltanto il potere di arricchire le case farmaceutiche e i vostri costosissimi psichiatri e analisti.
Il mio bipolarismo nasce da un lungo periodo di depressione iniziato in infanzia e poi degenerato in mania negli ultimi anni. O almeno così mi è stato detto. Ora, io sono di mio una persona pacifica, tendenzialmente allegra e di buon umore, tanto introversa, riflessiva e taciturna quanto socievole e talkative. Il fatto di soffrire a cause di alcune circostanze personali, che non sono dipese da me e in qualche maniera ho dovuto subire, non ha a che fare con me individuo e quindi con il mio conseguente bipolarismo, ha a che fare con la stronzaggine della gente che mi è stata intorno. Pensare di rovinare sè stessi con delle medicine a causa della stronzaggine altrui mi pare uno sforzo non richiesto che io non ho intenzione di fare. Posso farci niente se io sono estremamente sensibile, il mondo è miserabile, e la gente di scarso valore morale? No, posso soffrirne, ne soffro maledettamente, ma da qui a dovermi sentire sbagliata perchè non riesco a reagire o a sentirmi superiore a certe offese, e bhe, ne passa. C’è che ognuno di noi è sensibile, emotivo o insensibile e superficiale in maniera diversa. C’è chi riesce a reagire, chi non ci riesce, chi s’accascia e cerca di riprendersi, chi s’accascia e non riesce a trovare dentro di sè la forza di rialzarsi. Riuscire a trovare il coraggio di svegliarsi tutte le mattine, è un bel lavoraccio, costa anni e anni di apprendistato, ma alla fine paga perchè fortifica e arricchisce. E che altro si può chiedere di più a sè stessi, se non di essere orgogliosi della propria fragilità e del coraggio che ha comportato e comparta. Nient’altro davvero. Se mai vi sentiste giudicati, allontanati, disprezzati dagli altri, e per questo e per quell’altro, siatene felici, perchè è chiaro quelle a giudicarvi, allontanarvi, disprezzarvi, non sono le persone giuste che fanno per voi. Tanto vale starne alla larga, meglio non cercarle.
Non mi permetto altre opinioni circa l’efficacia degli psicofarmaci, credo solo il più delle patologie legate all’umore risolvibili attraverso un buon ciclo di analisi, soprattutto grazie all’aiuto di un bravo professionista e al supporto, indispensabile, della propria famiglia, del proprio compagno, dei propri amici. Se non avete una famiglia, un compagno, dei veri amici, non abbiate paura, ricordatevi avete voi stessi, siete in buone mani, non siete soli.
Ci fosse stato un solo dottore della mutua, gli anni passati in cui mi sono rivolta a uno specialista, ad avermi suggerito un hobby come alternativa alle medicine, intendo qualunque hobby in grado di distrarre, impegnare in qualcosa di piacevole che stimoli nel paziente un certo entusiasmo, una certa curiosità e un incentivo a canalizzare le proprie emozioni in qualcosa di costruttivo e piacevole da fare. Gli specialisti in materia sembrano il piu delle volte affidare il paziente alla cura delle medicine mancando di supporto e professionalità. Ma ancora, io non sono una psicologa della mutua, appena uno sputo di niente, dunque la mia opinione vale ancora meno.
Personalmente faccio uso di marijuana regolarmente ( o almeno quando posso permettermelo) e sono andata in trip un paio di volte, e si, credo di essere riuscita a capire cosa Leary intende quando parla di ‘sintonizzazione’. L’LSD è un bel luna park di giostrine colorate e cavallucci a dondolo. Se mai c’è un rischio a salire nelle montagne russe, è quello di cadere e farsi male. Ma questo è chiaro a tutti ed è specificato nel cartellone di ingresso.

Il concetto principale su cui ruota l’intero impianto narrativo del romanzo tiene conto di un principio niente male. Determinare una su sei possibilità offerte dal caso e premeditate dalla volontà

‘The dice man game goes like this: we write down six things we might do and then we shake a die to see which one we do.’
‘Huh?’
‘Or write down six persons you might be and then shake the dice and see which one you are.’

Se avete fatto caso nella prima frase Rhinehart usa ‘die’ anzichè ‘dice’, dunque l’infinito di morire anzichè il sostantivo dado. All’inizio ho pensato questo un errore, poi invece mi sono accorta ‘die’ compare al posto di ‘dice’ in più e più occasioni, dunque ho capito questo un trucchetto che Rhinehart usa di proposito per ‘ipnotizzare’ il lettore e indurlo a considerare la morte una costante e il dado un rischio e un incentivo a non averne paura, a non trattenersi, a non reprimersi, perchè è quella paura a bloccare gli uomini e impedire loro di agire, dunque superare sè stessi attraverso l’azione.
Per argomentare come si deve questo romanzo bisognerebbe risalire a Platone, Socrate, Kant, Nietzsche e infine Freud, mentre è più semplice ridurre il libro a quello che è, un esperimento inoffensivo che non ha nessuna pretesa ma quella di divertire ed arricchire lo scrittore, inacidire la critica e lasciare sgomento il lettore più superficiale.
A voi è piaciuto?

Credo di avervi già annoiati oltremodo, e credo anche il caso approfittare di questo post per comunicare che L’ombelico di Svesda va in ferie, e Laura Mercorillo in ‘vacanza’; a breve rientrerò in Sicilia e temo sarò troppo impegnata a mangiare (ouch), godermi il mare (yay), lavorare (umh).
Vorrei potervi ringraziare tutti con un abbraccio, per essere venuti a trovarmi e per l’incredibile supporto e l’affetto che ognuno di voi non ha mancato di dimostrare. Sono felice di avervi tutti quanti miei amici e grazie, davvero grazie di cuore per avermi dedicato tempo e attenzione. Lo apprezzo molto e mi è stato di grandissimo aiuto e sostegno.
Vi prego di scrivermi qualora aveste voglia di una chiaccherata, un saluto, un caffè virtuale. Ricevere le vostre email mi renderebbe molto felice. L’indirizzo lo conoscete: fialkasvesda@gmail.com
Vi auguro un’estate di gelati, mare, viaggi, meritato riposo e tanto, tanto, tanto Amore.
State bene, a Settembre🙂