Bathsheba at Her Bath, Rembrandt, 1654

Ieri ho rinvenuto nello scaffale dei libri l’ultima donna mancante al 30% delle autrici citate nel precedente post circa le quote rosa, e realizzato si tratta di Jenny March, autrice del volume The Penguin Book of Classical Myths; m’era giusto venuta voglia di rivedere il mito di Perseo, che pur di evitare il matrimonio della madre Danae con Polidette, re dei Serifi, si dice disponibile a consegnargli la testa di Medusa, delle tre sorelle Gordoni l’unica sedotta da Poisedone, poi trasformata dallo stesso in un mostro, quindi abbandonata; Medusa mi intriga particolarmente perchè oltre ad avere il potere di pietrificare, letteralmente pietrificare qualunque uomo s’arrischi a guardarla, rappresenta anche la perversione intellettuale.
Intanto che leggevo mi sono chiesta quanti serpenti aveva in testa Medusa. Certamente meno delle tante corna che ho in testa io. Ho fatto il calcolo, in 21 anni di disonorata carriera sentimentale ho collezionato ben 5 tradimenti (colti in fallo, è il caso di dirlo) su un totale di sventurate relazioni, che io considero tutte, senza troppo pietismo, tentati suicidi sentimentali. C’è di mio un certo tempismo nel trovarmi irrimediabilmente coinvolta in relazioni intricatissime che in parte spiegano la mia propensione alla tragedia e alle conquiste impossibili, e in parte evincono le ragioni di un certo kamikazeismo latente, in alcuni casi la pietas della giovane crocerossina, in altri ancora la minchioneria di un’apprendista dea rimandata al test di ammissione all’Olimpo. La prova orale? Resistere al flauto del satiro. Il flauto confonde sempre tutte/i.
Giusto Angela Carter più volte tratta nei propri romanzi la mitizzazione delle donne operata dalla cultura occidentale e screditata dall’immaginario maschile che in definitiva le vuole o Giulie e tutte puttane, o Venere e tutta panna e fragoline.
La lettura di ‘Eliogabalo o L’anarchico incoronato’ di Artaud, mi ha giusto suggerito un’interessante chiave di interpretazione e dato modo di coniare una nuova sindrome, quella del maschio minacciato dalla castrazione, che vittima delle Giulie, ripiega nel caos e in una sorta di sregolatezza orgiastica e dionisiaca.
Essere traditi è una scocciatura e tradire ha un coefficiente di rischio molto alto che nella maggioranza dei casi pregiudica la riuscita di una buona relazione. A meno di non trattarsi di poliamore; lo scorso gennaio è stata celebrata qui a Londra la prima PolyDay, promossa da un comitato che sponsorizza il polyamory e in qualche maniera sostiene e supporta i propri associati (il 16 giugno prossimo una seconda giornata: Polyday – Celebrating and Supporting Responsible Non-monogamy). Le regole sono semplici, amare la prima, incondizionatamente, epurati da gelosia e desiderio di possedere, in condivisa armonia. E’ davvero possibile?
So a partire dall’antichità il tradimento veniva permesso agli uomini e proibito alle donne, che in alcuni casi rischiavano di essere punite per esempio attraverso la rasatura del pube e la violenza anale mediante un rafano. Donne avvisate, Eliogabalo tiene duro e non è solo un mito.
Il quadro sopra, del pittore olandese Rembrandt, raffigura piuttosto Betsabea, adultera biblica, moglie di Uria l’Ittita, soldato in guerra del re Davide che si tradisce il compagno, ma non viene punita nè muore di uxoricidio. Un giorno il re Davide vede Betsabea nuda mentre fa un bagno e decide di possederla. La donna rimane incinta e informa il re della propria gravidanza. Il re richiama al castello Uria, che per la collera rifiuta la moglie e si rifiuta di dormire sotto il tetto coniugale. Re Davide altrettanto in collera ordina al proprio generale di uccidere Uria, e prende in sposa Betsabea.

Annunci