Famous photo by Charles Ebbets of workers on their lunch break during the construction of Rockefeller center back in 1932.

Se vi chiedeste perchè è preferibile ballare la polka tra i tavoli di un bar, piuttosto che starsene in posa tutto il giorno, a fare bolle di nicotina, leggere scemenze, fantasticare diavolerie, manovre di tango, accurate teorie di sopravvivenza e la maniera di risolvere l’indovinello della sfinge: qual’è l’animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera su tre. Non barate, la sfinge vi osserva.
Da qualche giorno l’ombra del mio landlord mi fiata al collo e toglie il respiro a morsi di solleciti, ammanchi, arretrati. Mai ricevuti in vita mia, nel telefonino, tanti messaggini intimidatori da parte di un uomo. In compenso, il mondo mi parla, sento voci, vedo ologrammi, un cimitero di ologrammi teletrasportati nel presente dal passato; bocche sdentate, scimmie ballerine, scheletri puzzolenti chiusi nell’armadio, mostri che farei bene a portare fuori insieme al resto della spazzatura sepolta nel giardino.
A conti fatti mi manca uno stipendio e mi manca un lavoro. Principalmente disattivare i neuroni del cervello, scollegare le sinapsi e spegnere il processore. Tenerlo a riposo. A lavoro è proibito pensare, lo sanno tutti. Tutti conoscono le regole e fra le tante: a) parlare male dei colleghi e del padrone, alle spalle dei colleghi e del padrone, e b) fare buon viso a cattivo gioco. Fatto questo, a che altro serve usare un cervello, pensare?
Mi manca l’abitudine; certi ritmi, certe sfiatate, certi sudori freddi, certe scariche di adrenalina, certi momenti che è meglio prendersela con il braccio della macchinetta, sbatterlo al rullo, caricarlo energicamente di caffè, comprimerlo accuratamente al pistone, posizionarlo nella macchina e schiacciare soddisfatti il bottone numero 2.
Ho notato la meccanica del lavoro fisico si fonda su un principio fondamentale che è l’apparente equilibrio tra dire e fare; lo slancio a fare deriva da un’intuizione e diventa azione per induzione, la soddisfazione di un obiettivo, un motivo di distrazione particolareggiata: affettare i limoni con le nocche delle dita rasenti il coltello, zaczaczaczac più veloce della luce per non farsi pizzicare. La paura di tagliarsi, il ricordo di essersi già tagliati una volta, non coincidono nell’azione ma in un secondo momento di avvenuta realizzazione, ouch un rischio, quello di tagliarsi.
Aha ma allora è questo che mi manca, correre un rischio. La lettura di Rhinehart mi sta ipnotizzando. Mi ha ipnotizzata. Sono ipnotizzata.
Ho bisogno di imprevisti, una siringa nascosta dentro il cestino dei rifiuti, un tampone spalmato nel lavandino del bagno; indizi, le calze smagliate di una giovane manager in gessato nero, i calzini a paperette gialle sotto i risvolti di un pantalone in tweed, la noce al collo di un pensionato siriano, una rubrica telefonica abbandonata nel divano. Ho bisogno di dentiere smaglianti, macchie di soya, orli scuciti, bottoni staccati, facce imbambolate, acconciature vaporose, gambe accavallate, cravatte slacciate, luci accese; certi botti d’allegria, certe tuonate d’ira.
Ho deciso, dopo la doccia e Le sorelle Munekata, vado a violentare la cliente che mi ha fatta licenziare. Mi sento già meglio a pensarci.
Il lavoro fisico è la distrazione di tutti i proletari, quello che i borghesi chiamano un hobby (la palestra, il giardinaggio, la cucina, il teatro), un volgare passatempo. Mi sono sempre chiesta a cosa pensa la gente che disobbedisce alle regole mentre lavora. Una volta, a Monaco, mi capitò conoscere un cuoco greco appassionato di arte fiamminga, usava disegnare nei muri della propria stanza e prevedeva di dipingere anche il soffitto, la volta. A che pensa un cuoco che disobbedisce alle regole mentre cucina? Pensa a come non cadere dall’armadio mentre dipinge il soffitto di camera propria.
Chissà se Michelangelo pensava mai a dover cucinare, mentre dipingeva.

Lars Botten