The Roses of Heliogabalus, by Lawrence Alma-Tadema (1888), oil on canvas (via wikipedia)

Per esempio quant’è sguaiato Artaud in questo testo ‘Eliogabalo o l’anarchico incoronato’ (1934), che l’altro giorno mi è saltato agli occhi nella camera di Federica e non ho potuto fare a meno di chiedere in prestito. E’ la prima volta che leggo Artaud in italiano

‘Se intorno al cadavere di Eliogabalo, morto senza tomba, e sgozzato dalla sua polizia nelle latrine di sangue e di escementi, intorno alla sua culla vi è un’intensa circolazione di sperma. Eliogabalo è nato in un’epoca in cui tutti fornicavano con tutti; nè si saprà mai dove e da chi fu realmente fecondata sua madre. Per un principe siriano, quale egli fu, la filiazione avviene attraverso le madri; – e, in fatto di madri, vi è intorno a questo figlio di cocchiere, appena nato, un pleiade di Giulie; – e ch’esse influiscano o no su un trono, tutte queste Giulie sono delle fiere puttane.’

‘Dall’alto delle torri costruite recentemente del suo tempio del dio pitico, egli [Eliogabalo] getta il grano e i membri virili.
Egli nutre un popolo castrato
Certo, non vi sono teorbe, tube, orchestre d’asor, in mezzo alle castrazioni che egli impone, ma che ogni volta impone come tante castrazioni personali, come se fosse egli stesso, Elagabalus, ad esser castrato. Sacchi di membri sono gettati dall’alto delle torri con la più crudele abbondanza nel giorno delle feste del dio Pizio.
Non giurerei che un’orchestra d’asor, o di nebel dalle corde stridule, dai vetri duri, non sia nascosta da qualche parte nei sotterranei delle torri a spirale, per coprire le grida dei parassiti che vengono castrati; ma a quelle grida di uomini martirizzati rispondono, quasi allo stesso tempo, le acclamazioni di un popolo festante, a cui Eliogabalo distribuisce il valore di parecchi campi di grano.
Il bene, il male, il sangue, lo sperma, i vini rosati, gli olii profumati, gli aromi più costosi creano, intorno alla generosità d’Eliogabalo, innumerevoli irrigazioni.
E la musica che esce di là trascende l’orecchio per raggiungere senza strumenti e senza orchestra lo spirito. Voglio dire che i ritornelli, gli arabeschi delle deboli orchestre non sono nulla vicino a questo flusso e riflusso, a questa marea che va e viene con strane dissonanze, dalla sua generosità alla sua crudeltà, dal suo gusto per il disordine alla ricerca di un ordine inapplicabile al mondo latino’

Aiuto, culle di sperma, piogge di membri virili, castrazioni pubbliche, lo scisma d’Irshu, lo zodiaco di Ram. Le Giulie, tutte puttane. Artaud soffriva di meningite e nevralgia, e si serviva di oppio per curare il dolore (ce n’eravamo accorti); l’opera di Artaud è delirio, spassosissimo delirio surrealista e le vicende e gli eccessi di Eliogabalo si prestato bene a soddisfare la morbosità di Artaud; il quadro sopra ‘The Roses of Heliogabalus’, del pittore olandese Lawrence Alma-Tadema, che Federica mi ha suggerito e di cui mi ha parlato, rappresenta appunto un mito secondo il quale Eliogabaldo, una sera e in occasione di un trionfale banchetto, uccise i suoi ospiti facendo cadere dal soffitto tonnellate di petali di rose.
Delle volte mi chiedo in che razza di prostrazione intellettuale deve essersi trovato Artaud per tirare fuori immagini così forti come quelle suggerite nelle sue opere. Quanto di vivo dev’esserci stato in tutto quel nervo malato strappato fuori dalle parole e chissà, curato solo attraverso la scrittura.
Ho trovato questa critica al testo, molto interessante, di Fabrizio Bandini (che io non conosco ma ringrazio per aver scritto e pubblicato online il testo)

ELIOGABALO, O L’ANARCHICO INCORONATO__________________________
Pubblicato in “Valley Life”, Anno III, n° 21 (2006)

L’Eliogabalo di Antonin Artaud è uno di quei rari libri che mostrano i simboli per come sono, nella loro essenza metafisica, e offrono squarci illuminanti sulla storia dell’uomo.
Artaud rilegge la biografia dell’imperatore romano, secondo una prospettiva metafisica assolutamente interessante, con molti punti di contatto con il pensiero tradizionalista, Guénon in primis, come nota giustamente Albino Galvano in una sua Prefazione al libro.
Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, insomma, il dipinto di un’epoca affascinante e terribile, l’epoca dello sfacelo del grande Impero Romano, l’epoca del tracollo dell’Ordine, l’epoca della lotta fra il Femminile e il Maschile, l’epoca dell’esplodere del Caos.
Roma, oramai si era indebolita, politicamente, militarmente, e soprattutto spiritualmente.
L’antica etica, regale e nobile, che aveva forgiato l’Impero, oramai si era dissolta, e l’antica religione romana aveva aperto le porte da tempo ai culti matriarcali e tellurici dell’Asia minore.
Eliogabalo proviene proprio da quel pantano matriarcale, da Emesa, sacerdote effeminato di un culto solare posto sotto il dominio della Dea Madre, della Luna, del Femminile.
Quattro donne della sua stirpe si stagliano nella sua vita, imperiose, e forgiano letteralmente il suo destino: Giulia Domna, Giulia Mesa, Giulia Soemia e Giulia Mamea.
Sono donne forti, donne virili, donne sensuali, donne impudiche, donne prive di scrupoli, donne che fanno la storia e manipolano gli uomini, che d’altro canto appaiono deboli, passivi, invertiti ed effeminati.
Scrive Artaud: “Si può dire in proposito che Eliogabalo è stato fatto dalle donne…e che quando ha voluto pensare da sé, quando l’orgoglio del maschio frustrato dall’energia delle sue donne, delle sue madri, le quali hanno tutte fornicato con lui, ha voluto manifestarsi, si è visto cosa ne è risultato”.
La salita di Eliogabalo al trono imperiale di Roma, propiziata e voluta dalle virili e impudiche donne siriache della sua stirpe, segna uno dei punti più bassi nella decadenza dell’Impero.
Il disordine, l’anarchia, il caos, lo sconcio e la perversione travolgono tutto e tutti, senza pietà.

Roma entra nel Kali Yuga, in una atmosfera crepuscolare, da tregenda, il pantano Femminile spodesta l’ordine Maschile e virile, aprendo le porte al Caos.
La marcia di Eliogabalo sulla città eterna si assomiglia più ad un corteo dionisiaco, di falli, tori, baccanti, fanciulle ignude, ubriachi, pederasti, invertiti, e galli castrati, che ad un corteo imperiale.
Il sesso, il sangue, e l’ebbrezza, i tre segni del dionisiaco, vi dominano, scatenati.
Eliogabalo entra nella Città Eterna nell’autunno del 219.
“Davanti a lui vi è il Fallo, tirato da trecento fanciulle dai seni nudi che precedono i trecento tori, oramai intorpiditi e calmi…” scrive Artaud, “E, dietro ancora, le lettighe delle tre madri: Giulia Mesa, Giulia Soemia e Giulia Mamea…”.
Artaud paragona il suo ingresso a Roma ad un rito potente, ma invertito, dissolutore.
“Eliogabalo entra in Roma da dominatore, ma col didietro…Terminate le feste dell’incoronazione segnate da questa professione di fede pederastica…s’insedia con la nonna, la madre e la sorella di quest’ultima, la perfida Giulia Mamea, nel palazzo di Caracalla”.
Da quel giorno gli storici romani, Lampridio in testa, non fanno altro che annotare le turpitudini e le sconcezze del suo comportamento, con tono inorridito e schifato.
Artaud cita le fonti romane a man bassa e dispiega tutto il lungo elenco di scelleratezze dell’imperatore, che fa rimanere a bocca aperta.
Eliogabalo completamente succube della madre, Giulia Soemia, che non prende alcuna iniziativa di governo senza il suo consenso, mentre quella vive da meretrice e pratica ogni genere di lussuria; Eliogabalo che fa sedere la madre al Senato; Eliogabalo che istituisce un senatino delle donne; Eliogabalo che si veste da prostituta e si vende per quaranta soldi nelle strade di Roma; Eliogabalo che fa eleggere un ballerino a capo della sua guardia pretoriana; Eliogabalo che a Nicomedia si da alla più sordida depravazione, abbandonandosi con altri uomini a rapporti omosessuali attivi e passivi; Eliogabalo che sposa una vergine Vestale e profana i sacri culti romani.
E’ il trionfo del Caos, dell’anarchia, della dissoluzione.
L’Ordine decade totalmente, il Maschile si confonde con il Femminile, verso la dissoluzione completa dell’esistente, verso l’Unità originaria delle cose.
Eliogabalo, l’anarchico incoronato, anela a quell’Unità originaria delle cose, a quel Caos primordiale, secondo l’acuta interpretazione di Artaud, e per ripristinarlo spinge al massimo la via invertita della sovversione. Attore e spettatore, nello stesso tempo, di un terribile processo metastorico.
E’ troppo, Roma stessa non può più reggere.
La fine di Eliogabalo è nota: inseguito dai pretoriani venne trucidato in una latrina e gettato nel Tevere con la madre. Il suo regno era terminato. Un’altra tappa di un declino spaventoso.
L’Impero Romano non gli sopravvisse ancora a lungo.

via Eliogabalo, o l’anarchico incoronato Fabrizio Bandini.