Robert Doisneau, Kiss by the Hotel de Ville, 1950

Ieri sera Federica (ciao Fe :*) mi ha invitata a vedere l’ultimo di Allen, Midnight in Paris.
Il titolo anticipa la trama, tant’è è un film molto romantico e nostalgico, sempre ironico, un po’malinconico e tenero, con un finale ancora più imprevedibile. S’è mai visto nella realtà un uomo che sul punto di sposarsi abbandona l’ex milionaria per una commessa squattrinata. E’ più facile vedere nella realtà un uomo che tra ragione e sentimento sceglie di portarsi a letto la vicina di casa, ma quando ci ricapita nella realtà di vedere Djuna Barnes che balla il charleston al Moulin Rouge?
Allen accontenta tutti; è un po’ invecchiato, ma si diverte ancora a tornare bambino, vuole farci sognare e rodere il fegato.
La realtà supera di gran lunga la fantasia, e ricordarsene è frustrante. Per questo sul finale il film ha si perso di incanto ai miei occhi, ma si è rivelato in tutto il suo fascino. Come diceva Benjamin in quel saggio sulla riproducibilità dell’arte, è necessario un certo distacco, fra chi contempla l’arte e l’oggetto d’arte, perchè l’oggetto d’arte possa evocare in chi lo contempla quasi una prospettiva, un desiderio di conquista (l’età dell’oro, la belle epoque, nel caso del film) e un’immotivata nostalgia. Nostalgia per un tempo mai stato, in realtà frutto dell’immaginazione. Saudade. Midnight in Paris è un oggetto d’arte molto evocativo, che crea la giusta distanza e soddisfa l’immaginazione di chi lo contempla.
Allen si scomoda a parlare di immortalità, ma la nostra è una generazione di uomini che si, temono la morte e anelano a essere immortali, ma non felici.
Di immortale, in questa noiosissima vita, non rimane che il fascino di certe città, eternamente romantiche, almeno Parigi, e Rimbaud, Debussy, Monet, Genet, il gypsy jazz, le fotografie di Cartier-Bresson, Sieff, Doisneau. In fondo un buon motivo per distrarsi e ammalarsi di saudade.