Ho iniziato a svuotare i cassetti, riunire tutta le cose in giro per camera e decidere che fare, cosa tenere, spedire, buttare, donare. E’ in momenti come questi che provo un beato senso di gratitudine verso le cose – mi ricordano di cosa posso fare a meno e di quanto è inutile possedere alcune di loro; prima usavo essere troppo possessiva e gelosa delle cose, accumulate cianfrusaglie, giornali, ritagli di giornale, bric-a-brac di dubbio valore estetico raccattati nelle bancarelle, adesso potessero staccarmisi le mani dai polsi se mi frugo in tasca in cerca di un penny da spendere tendo a tenermi alla larga da certe tentazioni pericolose esposte negli scaffali delle librerie, certe chitarre elettriche che ringhiano fuori i negozi di vinili, certi mercatini vintage d’occasioni sprecate.
Questa città è un rischio, un investimento, un asso di bastoni, un piglia tutto, uno scacco matto. Monopoli, il gioco dell’oca, la battaglia navale. Bisogna non averci un soldo in tasca, per non cadere in tentazione, basta appena una distrazione, un luccichio. Londra è piena di luccichii, Londra è una svista, è tutto un luccichio e insegne al neon, Eat here, Come In, Drink there, Stand up, Dig In, Enjoy! Have Fun! Have a try! Let’s go crazy! Rock n’ Roll Babe!
Balli, te ne vai o rimani a bordo pista. It’s up to u.
Ebbene qualche anno fa mi sono detta la scommessa più grande quella di partire con in mano una sola valigia. Sempre più piccola. Ci sono quasi – la scommessa non include quelle due o tre scatole di libri che devo spedire a casa, e leggere non equivale a peccare di lussuria, dunque direi sono sulla buona strada per vincere la scommessa e ottenere la santificazione entro la fine di quest’anno.
Se c’è una cosa che invidio agli uomini è la tasca dei pantaloni, dentro contiene giusto il necessario, ciò di cui hanno bisogno, il più delle volte portafogli e chiavi di casa. Perchè noi donne ogni volta che usciamo abbiamo bisogno di portarci dietro casa, in borsa? addirittura col rischio di rimanere fuori, fuori casa, quelle volte che non riusciamo a trovare la chiave dentro la borsa, il baule, l’armadio-borsa, la valigia, in mezzo a tutto quel marasma di agende, reggiseni, calze, lucidalabbra, cartoline, tamponi, filtrini, apriscatole, spazzolini, anelli, cartine, fotografie, un set di cucito, un nastro adesivo, puntine, quaderni, libri, salviettine, caramelle, gommine, accendini. Bha. Una volta ho chiesto alla mia collega di dirmi qual’è l’oggetto più strano che usa tenere sempre in borsa. Sono sempre stata curiosa di sapere cosa tiene in borsa una donna, dentro casa. Fanni mi ha sorpresa più di quanto potessi sperare, tiene in borsa una calcolatrice analitica. Perchè non c’ho pensato prima! e si signori, tremate, qui è chiaro si tratta di una donna d’acciaio, ligia al dovere, solida, compatta, dedita all’accudimento della famiglia e alla contabilità del marito. Regina di Coppe, Regina di Spade.
Intanto che sistemo e riposo, mi sono rituffata nella lettura di alcuni libri che avevo lasciato in sospeso.
Probabilmente anche voi, io ho l’abitudine di leggere più libri contemporaneamente; ammetto di essere una lettrice molto capricciosa e delle volte superficiale, a cui piace mettere il naso in più cose contemporaneamente, delle volte sbuffando annoiata, altre appassionandomi, innamorandomi follemente di un’idea, poi abbandonandola, quindi riprendendola più in là nel tempo. Non sono un’amante costante, ho certe priorità, una fascinazione impulsiva a cui non so resistere ragionelvolmente. Fossi una carta sarei il cavaliere di spade, un inchino e un pizzicotto. Così, per capriccio, perchè mi va e qui decido io.
Stavo considerando di suggerirne alcuni quando invece ho pensato alla possibilità di questo post come a un test, per verificare la fondatezza di un pregiudizio.
Dunque. Ho ripreso la lettura di She Came to stay, di Simone De Bevauvoir. Non fate domande. L’ho ripreso. In poche parole e stando a un mio pregiudizio – maturato durante la lettura dei primi capitoli del romanzo – Madame De Beauvoir vorrebbe convincermi della propria emancipazione femminile e sessuale soltanto perchè si porta a letto una donna, che ha il cattivo gusto di riprendere con fare da maestrina, e trattare come fosse un’ alunna, e verso cui ha la stessa opinione e considerazione dell’uomo che per prima riprovera di patriarcato e accusa di maschilismo. Mi rendo conto, si tratta di una faccenda complicata. E si tratta di una donna e filosofa francese, amante di un esistenzialista.
Certo Sartre, vecchia volpe sorniona, dev’essere stato un bel capriccio d’uomo e un bell’osso duro da rosicchiare, eppure, a leggere i primi capitoli del romanzo, sembra lei fargli da madre e asservire docilmente al ruolo di musa e nutrice.
Perchè v’accanite su di una donna per rimproverare gli uomini, Madame De Bevauvoir?
She came to stay è il primo romanzo di Madame De Bevauvoir che leggo, e io ho svoltato appena una trentina delle quattrocento pagine che lo compongono, ma questa è l’opinione che la lettura mi ha suggerito di primo acchitto, per ignoranza e superficialità. Un pregiudizio. Perch’io possa verificare questo pregiudizio, devo leggere fino alla fine il romanzo. E’probabile mi fermerò molte volte prima di concludere la lettura e svoltare finalmente l’ultima pagina, ma alla fine lo avrò verificato. E vi farò sapere.