Prima di quattro anni fa non volevo crederci, ma ho dovuto convincermene, il clima anglosassone rischia seriamente di minacciare gli equilibri del proprio sistema nervoso e immalinconire come niente, forse neanche un pezzo di Rory Gallagher o Nick Drake.
Riflettevo su cosa è rimasto di idealmente democratico fra gli uomini, intendo uguale per tutti, che vale per tutti, e ho considerato finora un paio di risposte, certo opinabili:
-la vita, la morte
-le malattie
-Il lunedì dopo la domenica (il calendario)
-gli agenti atmosferici
nel caso di Inghilterra, Scozia e Irlanda, la pioggia, che pioggia tutti, tutti i giorni, a giorni alterni, quando gli pare e senza distinzioni. Che tu abbia un ombrello o non ce l’abbia. Che tu sia ricco o tu sia povero, sposato o single, del cancro o dell’ariete, gallo, pollastrella o cinghiale, superstizioso, protestante, musulmano, un pusher giamaicano, una drag queen, un portinaio, una massaggiatrice tailandese, un giurato. Soprattutto unisce, la pioggia unisce e accomuna. Dentro casa, le caffetterie, gli hotel, le cabine telefoniche, i pub, i club. Sotto le tettorie, le portinerie, gli archi, le insegne, sotto le coperte. Certi giorni che prende a grandinare d’improvviso e d’improvviso pare gocciare in un formicaio è tutto un corri corri sotto la tettoia più vicina, un ammassarsi, accozzarsi, appallottolarsi di materiale umano fradicio di pioggia e col fiatone. Non parla nessuno, ma tutti sanno a cosa sta pensando ognuno, damned rain.