Dunque, se conosco bene mia madre, sono sicura starà già prodigandosi a cucinare da adesso per quando rientrerò in Sicilia; l’ultima volta che lei e mia sorella sono venute a prendermi all’aeroporto di Catania, mi hanno accolta con un vassoio di arancini l’una e un vassoio di cannoli l’altra. Quando me le sono viste arrivare davanti ho seriamente avuto difficoltà a decidere su cosa buttarmi prima, se nei cannoli o negli arancini – in qualche modo dovevo liberare loro le mani e farmi abbracciare. Non ho fatto in tempo a salutarle che l’una mi ha ficcato in bocca un arancino, l’altra mi ha messo in mano un cannolo e con tono minaccioso ha intimato – ‘Mancia!‘ Vi assicuro facevano sul serio
‘Figghia comu si sciupata’, è la prima cosa che ha esclamato mia madre quando mi ha vista. ‘Mariiiia comu si grigia, siiiiicca na lumera‘. Umh. ‘Non è vero mamma che sono invecchiata?’ Si, è vero. Lei ha detto di no per rassicurarmi, ma io ho capito si trattava di una bugia dal numero di secondi che ha impiegato a rispondere – ‘Ora ti sgraddu iu, sciatuzzu miu’.
Per tutto il viaggio in macchina di ritorno all’Africa, abbiamo discusso del menu della settimana.
Quando poi siamo arrivate a casa – che ve lo dico a fare – ho trovato apparecchiato in cucina un buffet di ‘scacce’, ‘pastizzi’, pane fresco e fatto in casa, provole, caciottine – pepate, non pepate, affumicate; conserve, salumi, sottoli, cassate. Avanti, manciammu!
Abituata come sono a nutrirmi di cookies e a farmi bastare una pitta per tre giorni, ho temuto esplodere alla prima forchettata di lasagne mentre non eravamo che all’inizio del banchetto e ci sarebbero volute molte polpette e frittate ancora per concludere il pasto con un goccetto di limoncello, uno di cinar e uno di bicarbonato e limone.
Trascorsa una settimana ero lievitata di cinque chili, avevo acquistato una taglia di reggiseno, qualche etto di cellulite e il colorito di un’infante. Ho lasciato mia madre orgogliosa e fiera di avermi rimessa al mondo ancora una volta.
C’è un’impressione che fra tutte mi ricorda la casa in cui sono cresciuta, e mi riporta all’immagine che ho delle finestre. Quella della mia stanzetta, che dava a un muro. Quella della stanzetta dove mamma usava cucire e io ricamare il mio corredo matrimoniale, che dava al cimitero. Quella della cucina, che dava al profilo della pineta e ai fianchi delle colline oltre la curva tracciata dagli alberi. Da bambina usavo sempre chiedermi cosa c’era dietro ai muri delle case, oltre le colline, oltre l’orizzonte, dietro.
Da ragazzina smaniavo, dovevo partire, dovevo scoprire, dovevo cercare, dovevo trovare. Non mi pareva possibile il mondo convergere ed esaurirsi entro le mura di quella casa, entro le mura di quel paese, entro quelle colline. Qualcuno diceva non c’è niente, fuori, ma io non volevo credergli, non potevo crederci. Doveva per forza esserci qualcosa. E infatti c’è qualcosa. Ci sono altre stanze, altre finestre, altri muri, altre colline. Ci sono anche montagne, altri orizzonti, milioni di città, miliardi di persone, un mondo. Ma allora non riuscivo a capire che a legare e a tenere insieme, a fare la differenza tra un posto e l’altro, non è quello che sta fuori, ma quello che c’è dentro. Dentro casa, dietro le finestre. Mia nonna direbbe ‘te l’avevo detto’, ma io non avrei mai potuto crederle prima di oggi.

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