Due settimane fa ho lasciato il lavoro; il fatto è avvenuto di venerdì, verso le dieci del mattino; una cliente è entrata in caffetteria, si è accodata al resto della fila chilometrica, e una volta giunto il proprio turno ha ordinato uno small extra dry skinny cappuccino no chocolate on top with a tiny tiny drop of vanilla syrup, che io ho avuto la sconsideratezza di preparare con dello sugar-free vanilla syrup – pensando di farle piacere. La cliente mi vede utilizzare il sugar free vanilla syrup, ma non dice nulla. Una volta ricevuto il cappuccino, ne ingolla un sorso, mi guarda disgustata e chiede di farne un altro, stavolta with a tiny tiny bit of full fat vanilla syrup.
In molti credono quello della barista un lavoro e una passeggiata. Nient’affatto. Lavorare in una caffetteria affollata richiede non solo muscoli scattanti, prestanza fisica, recettività, empatia, e imperturbabilità d’animo, ma specialmente una gran paraculaggine. Una laurea in psicologia criminale costituisce valore aggiuntivo ma non determinante.
Perchè amo il mio lavoro, lo faccio da anni, mi diverte, tiene in forma, distrae, pays the bills and keeps gay, cerco di fare meglio che posso. Certo ho la pessima abitudine di essere quasi sempre di buon umore, su di giri e disgustosamente allegra, ma questo è solo uno svantaggio che fra tutti è quello che mi penalizza maggiormente perchè fa guadagnare più clienti e stanca prima. Ho dalla mia ancora un altro svantaggio, che è quello di ridere spesso, per qualsiasi pretesto, ma soprattutto quando non ce ne sono affatto; per esempio quando si presenta in caffetteria un cliente particolarmente cafone (in quel caso si tratterebbe di una risata sarcastica), o quando uno dei miei colleghi minaccia di ucciderlo avvelenato (in quel caso si tratterebbe di una risata liturgica), o ancora quando qualcuno di loro si mostra particolarmente simpatico (in quel caso si tratterebbe di una risata taumaturgica).
Lavorare in una caffetteria affollata di Londra è come lavorare in fabbrica alle catene di montaggio, voi siete delle macchine e i clienti dei manichini in fila ordinata sopra il rullo, a bocca aperta e carta di credito in mano. Voi gli preparate il caffè, glie lo mettete in mano, gli ficcate in bocca un cornetto, incassate il denaro e via, avanti il prossimo. Suona triviale, me ne rendo conto, ma è così. E’ assolutamente triviale, irrispettoso, assurdo, ma è Londra, e una caffetteria al centro di Londra non ha la stessa funzione sociale e aggregativa che ha un bar in Italia, o in Francia. I clienti che arrivano o si stravaccano sulle poltrone (per rimanervi ore, a dormire o lavorare) o vanno di corsa, si aspettano voi li serviate in fretta e con efficienza. Niente convenevoli, pacche sulla spalla, che hai fatto ieri sera, perchè non sei venuto a trovarmi, quando andiamo a farci una birra. Niente di tutto questo. I più dei clienti non salutano, a stento ringraziano, raramente lasciano mance e, come nel caso di Miss Extra Dry Skinny Cappuccino No Chocolate On Top With A Tiny Tiny Bit Of Vanilla Syrup, sono viziati, molto viziati, schizzinosi e capricciosi.
E’ tuttavia policy della compagnia assicurare ai clienti un servizio impeccabile, quanto è policy dei baristi rendere efficace quel servizio servendosi della paraculaggine a cui facevo riferimento prima. Questa paraculaggine è facoltativa, ma averne aiuta. Io non ne ho, per questo se un cliente si dimostra maleducato e irrispettoso, io mi sento tenuta a rispettare me stessa e il mio lavoro, prima che il cliente. Ho sempre avuto grossi problemi, a causa di questo. Quello che mi è stato chiesto a lavoro è di essere una macchina. Ma io non sono una macchina. Sono una persona, tanto meritevole di rispetto quanto un cliente pagante.
Venerdì mattina è probabile Miss Cappuccino si aspettasse ch’io le consegnassi il secondo cappuccino con grazia, una piroetta, un ampio sorriso e una rosa rossa in omaggio, certamente incurante della fila alle sue spalle e degli altri caffè che avevo da fare – decine. E’ probabile Miss Cappuccino si aspettasse anche ch’io mi scusassi pubblicamente, all’occorrenza mi prostrassi ai suoi piedi e rendessi onore alla sua richiesta con le dovute cerimonie. Non l’ho fatto. Mi hai chiesto uno skinny e dry cappuccino, piccolo, senza cioccolato e con un goccio di sciroppo alla vaniglia? Te l’ho fatto, ti ho sorriso, te l’ho dato. Non lo vuoi con il sugar free vanilla syrup? OK, te l’ho rifatto con il full fat vanilla syrup, è vero non ti ho sorriso, ma te l’ho dato. Che altro vuoi? Fa £ 1.70. Sarà eccessivo, è una truffa, il caffè è shittoso e la barista è siciliana, ma fa un pound e settanta comunque. Che ti piaccia o no, che tu ci voglia lo sugar – free o full fat vanilla syrup, o meno.
Il fatto è che Miss Cappuccino non vuole pagare il cappuccino. Qui in Inghilterra il cliente pagante gode di molti privilegi che in Italia lascerebbero chiunque a bocca aperta. Fra questi quelli di un rimborso, uno sconto, addirittura una fidelity card nel caso in cui il cliente ha da lamentarsi circa il servizio; vi assicuro le ragioni per lamentarsi sono tante e tante sono le persone che approfittano di questi privilegi pur di scroccarne i benefici.
Ora, purchè lei se ne andasse in fretta a me non sarebbe spiaciuto darle il cappuccino gratis e concludere lì la faccenda, ma avevo accanto il mio assistant manager, dunque ho dovuto insistere perchè lei pagasse £ 1.70. Per farla breve Miss Cappuccino inizia a fare storie, chiede di parlare con il manager. Io chiamo la mia manager, la mia manager viene informata della questione e mi chiede l’impossibile, cioè quello di scusarmi con la cliente per aver sbagliato a fare il cappuccino. Troppo. Lei insiste, io non abbasso la cresta, la cliente mi dà della fucking italian shit, chiede il numero dell’head office e il mio nominativo.
Voi non ci crederete ma in meno di un’ora l’ head office chiama in caffetteria, la mia manager mi richiama in ufficio e prospetta due possibilità: la prima, firmare una lettera di resignment e lasciare il lavoro in due settimane; la seconda, procedere a un training con a fianco il mio area manager. In pratica un lavaggio del cervello della durata di due settimane, che in altri tempi avrei accettato di buon grado come un’occasione per fare polemica e rendere chiari i miei diritti, ma stavolta, stanca, davvero stanca, molto stanca, esausta, sull’orlo di una crisi di nervi, ho rifiutato. Che tanto non serve a niente, mi sento ridicola a parlarne, mi do’ noia a ripetermi e, soprattutto, non cambia niente di una sola virgola e non aggiunge valore al mio fucking working heroism. In fondo Miss Cappuccino ha soltanto anticipato di due settimane la consegna del notice che mi ero ripromessa consegnare questa settimana in modo da concludere ogni rapporto di lavoro entro la fine del mese, come programmato.
Come ci si sente ad aver perso il lavoro dopo un anno di levate alle 3.30 del mattino, sfacchinate a destra, prostrazioni a sinistra? Umiliati, incredibilmente umiliati. Come ci si sente a non lavorare più lì dentro? Rinati.
Quando sono arrivata a Londra da Dublino era l’1 giugno 2010. Ai tempi mi dissi restare un anno e poi decidere. L’uno giugno dell’anno scorso mi dissi restare ancora un anno e poi decidere. Quest’anno ho deciso e il prossimo 1 giugno lascio Londra e vado a trascorrere l’estate in Sicilia, starei cercando un ‘dammuso’ in affitto a Ragusa. Allora vedrò anche di cercare un lavoro temporaneo, in modo da mettere un po’ di risparmi da parte, e a Settembre trasferirmi a Roma con mia sorella Floriana, come programmato da tempo. Ho proprio voglia di mare e di bruciarmi al sole
Questa sopra è una delle foto che mia sorella ha scattato qualche settimana fa per convinvermi di stare facendo la cosa giusta. Ha funzionato🙂