Nina Simone photographed by Robinson Jack, via theworldofphotographers

Di Nina Simone si dice essere stata una musicista molto severa, puntuale, bad tempered, e di poche moine. Qualche tempo fa mi capitò leggere la sua autobiografia, ‘I put a spell on you’, che prende il titolo da uno dei suoi meravigliosi brani. Nel libro la Simone racconta della propria carriera, iniziata da piccolissima, al pianoforte della Chiesa locale, e conclusasi negli anni ’90 con un successo che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Giusto nelle ultime pagine del libro la Simone fa riferimento a un episodio accaduto proprio qui a Londra, che segna la rottura con l’agente Sannucci e la cancellazione di una settimana di concerti al Ronnie Scott’s, un jazz club in Soho, dove la Simone era solita esibirsi intorno agli anni ’80. A causa della lite l’agente rientra in America da solo, la Simone si trattiene ancora in Europa, tra Liberia e Francia, Svizzera e Olanda, intanto esibendosi in concerti.
Il libro è del 1991, ed è nel Gennaio del’91 che la Simone partecipa in America a una parata per celebrare il compleanno di Martin Luther King; appena negli anni ’60 il brano Mississippi Goddam, contenuto nell’album ‘Nina Simone In Concert’, ricorda l’omicidio di Medgar Evers e il borbardamento nei pressi di una chiesa in Alabama  che costa la morte a quattro bambini neri; il brano viene recepito come una chiara denuncia al razzismo e segna un inizio nella lotta ai diritti civili portata avanti dalla Simone, che diversamente da Martin Luther King, però, invita i fratelli a ribellarsi alle armi, con le armi; anche per questo la Simone viene più volte allontanata dalla scena pubblica, sebbene nel libro viene solo fatto riferimento a un trasferimento nelle Barbados utilizzato come escamotage per non pagare le tasse e non finanziare lo stato americano, che negli anni ’60 va in guerra nel Vietnam.
Nel libro ci sono molti ricordi legati all’infanzia e alla Grande Depressione, alle ristrettezze economiche in cui versava la famiglia (otto figli), al duro apprendistato a cui prima che l’insegnante di piano sè stessa ha sottoposto attraverso rigide e ferree sedute di studio e totale dedizione alla musica;  il primo amore, la scelta di abbandonare casa per trasferirisi da sola in città, dove approfondisce gli studi di pianoforte, inizia a suonare nei locali, fa carriera come musicista e vive l’età adulta, tra palcoscenici, viaggi, casinò, champagne, antidepressivi, due matrimoni, una figlia, un divorzio, un amante ammazzato, e un’etichetta, quella della musicista jazz, che non sopporta, le rode il fegato, a tutt’oggi sono sicura farebbe impazzire, e di proprio pugno, in prima persona, nella propria autobiografia, tiene a chiarire. Un poco stizzita

‘After Town Hall critics started to talk about what sort of music I was playing and tried to find a neat slot to file it away in. It was difficult for them because I was playing popular songs in a classical style with a classical piano technique influenced by cocktail jazz. On top of that I included spirituals and children’s songs in my performances, and those sort of songs were automatically identified with the folk movement. So saying what sort of music I played gave the critics problems because there was something from everything in there, but it also meant I was appreciated across the board – by jazz, folk, pop and blues fans as well as admirers of classical music.
They finally ended up describing me as a ‘jazz-and-something-else-singer’. To me ‘jazz’ meant a way of thinking, a way of being, and the black man in America was jazz in everything he did – in the way he walked, talked, thought and acted. Jazz music was just another aspect of the whole thing, so in that sense because I was black I was a jazz singer, but in every other way I most definitely wasn’t.
Because of ‘Porgy’ people often compared me to Billie Holiday, which I hated. That was just one song out of my repertoire, and anybody who saw me perform could see we were entirely different, What made me mad was that it meant people couldn’t get past the fact we were both black: if I had happened to be white nobody would have made the connection. And I didn’t like to be put in a box with other jazz singers because my musicianship was totally different, and in its own way superior. Calling me a jazz singer was a way of ignoring my musical background because I didn’t fit into white ideas of what a black performer should be. It was a racist thing; ‘If she’s black she must be a jazz singer’. It diminished me, exactly like Langston Hughes was diminished when people called him a ‘great black poet’. Langston was a great poet period, and it was up to him and him alone to say what part the colour of his skin had to do with that.
If I had to be called something it should have been a folk singer, because there was more folk and blues than jazz in my playing.

[Taken from I put a spell on you, the autobiography of Nina Simone, with Stephen Cleary, 1991]

Conoscendo la voce della Simone ho immaginato quella fra me e il libro una chiaccherata fra estranei che viaggiano nello stesso treno vuoto, scomparto fumatori, l’una seduta di fianco all’altra. Il tono di lei è severo, delle volte gentile, delle volte amichevole, quasi mai affettuoso; la Simone guarda fuori dal finestrino, lo sguardo fermo. Ogni tanto si interrompe, si schiarisce la voce, riprende a parlare. Delle volte polemizza, ci tiene a chiarire. Avverto è impacciata, preferirebbe starsene altrove.
Basterebbe interromperla un istante e chiederle di cantare per sapere cosa è davvero successo in tutti quegli anni di lunga carriera e fede incondizionata alla Musa. Sarebbe allora che la voce della Simone tradirebbe il mito e svelerebbe la donna, sola e vulnerabile, sincera finalmente e solo attraverso la musica.