Leggevo un articolo molto spassoso su Russia Oggi, il corrispondente italiano di Russia Beyond the Headlines, che ha attirato la mia attenzione specialmente per il titolo
Come piagnucolare in russo | Russia Oggi.
L’allusione è provocatoria e si riferisce al vizietto di lamentarsi, che è tipico dei russi e rappresenta uno stereotipo del folclore slavo; lamentarsi molto, per tutto, di tutto, quindi rimediare sdrammatizzando, con molta ironia, e a seconda delle trattative, invitando a mangiare e mangiando. Bevendo, giocando a scacchi, mangiando, dissertando, borbottando, mangiando, sparandola a casaccio, contro lo zar, il padrone, il vicino di casa, l’amante, la moglie, il marito, l’ispettore, i figli, i servi, Dio.
Una delle difficoltà maggiori nello studio della lingua russa consiste anche e specialmente nella quantità/varietà di verbi che in russo si coniugano soltanto al presente e all’imperativo, ma variano a seconda del tempo. Ci saranno dei verbi per parlare al presente, degli altri per parlare al passato, e degli altri ancora per parlare al futuro; ognuno di questi verbi dipenderà dall’aspetto, imperfettivo e perfettivo, e dall’azione, da quando l’azione avviene, è avvenuta, avverrà. Da quando l’azione si esprime attraverso il verbo (quindi parte), a quando il verbo la conferma attraverso l’azione compiuta (quindi arriva), c’è una gamma pressochè incredibile di verbi in cui questa può esprimersi nel tempo, e attraverso il tempo. E voi capite certe peripezie funambolesce fatte a pancia piena e un tanto brilli, richiedono tempo perchè avvengano in fatti e all’ora conveniente.
L’articolo che ho letto propone un elenco dei verbi più utilizzati in russo per piagnucolare

Жаловаться (lamentarsi). E’ un termine neutrale per lamentele di ogni tipo. Un dottore ad esempio potrebbe chiedervi: На что жалуетесь? (“Qual è il problema?” oppure “Dove le fa male?”). Oppure la vostra dolce metà potrebbe chiedervi: На что ты жалуешься? (letteralmente “Di cosa ti lamenti?”). Che in realtà significa: “Mi sto consumando le dita per te facendo un lavoro che odio e cercando di sopportare tuo nonno che vive insieme a noi, e pensi di avere qualcosa di cui lamentarti?”. Unica risposta possibile: Да нет, милый. Ешь (“Ma no, tesoro. Mangia qualcosa”).

via Come piagnucolare in russo | Russia Oggi.

Se guardo alla letteratura russa dell’800 c’è uno stereotipo ideale che si ripete in molti autori, e conferma nella figura di un uomo, pressochè trentenne, di origine borghese, cresciuto in un ambiente familiare stimolante dal punto di vista culturale, e accomodante, dal punto di vista economico, educato nei migliori istituti locali e all’estero, quindi riconciliato al ruolo di ammistratore dell’azienda familiare. Ci sono in lui molte tensioni ideali e molte sono le occasioni di conflitto, che a seconda dell’autore, portano a esiti differenti. Per esempio in Padri e Figli di Turgenev, il figlio trentenne di un modesto proprietario terriero, ritorna alla tenuta del padre da San Pietroburgo, dove ha studiato, e porta con sè un caro compagno di studi, Bazarov, che per la prima volta appare nella scena letteraria come il Nichilista, colui che esaspera accesi dibattiti, ora uno scontro tra ferreo materialismo e appasionato idealismo, ora uno smacco al conservatorismo e uno schiaffo antitradizionalista, il richiamo a un certo progressismo.
Se volessimo attualizzare questo romanzo, questo romanzo offrirebbe noi molti spunti di riflessione.
Per esempio, tema elezioni, mi chiedo quali sono le ragioni che spingono un popolo a dover scegliere, passivamente, fra A, B, C, e non creare, attivamente, tutto un alfabeto di possibilità e di alternative alla storia. Io credo il principio prima che di fatto, ideale. Perchè da Creato l’Individuo non evolve a Creatore. Perchè l’Individuo si limita a scegliere e non a creare e a operare una scelta. Perchè c’è sempre e solo una minoranza che decide, e una maggioranza che sceglie.

Ho trovato sulla Repubblica un vecchio articolo che riguarda il romanzo e ne fa una critica molto interessante

Il nichilismo si intitolava la prima traduzione italiana di Padri e figli, pubblicata nel 1879, quando l’autore aveva da tempo lasciato la Russia, dove il libro era divenuto un caso politico prima ancora che letterario, e viveva in Francia, godendo del pieno riconoscimento e dall’amicizia di altri grandi narratori, come Flaubert e Henry James. Il titolo italiano identificava il romanzo di Turgenev con il tema che più aveva fatto scalpore sia in patria che all’estero: la comparsa sulla scena russa di personaggi nuovi e ancora da interpretare, cui l’autore – grande creatore di figure paradigmatiche – aveva dato un nome dal sapore ambiguo (“nichilisti”), ma destinato a grande fortuna; anche in Occidente la letteratura e la pubblicistica di terzo e quart’ordine ne avrebbero fatto un uso ampio e indiscriminato, attribuendolo a improbabili, ma molto esotiche figure di rivoluzionari e terroristi russi. E, a proposito di personaggi letterari, la diffusione delle opere di Turgenev in Europa non fu estranea al fortunato cliché che voleva le donne russe energiche e pronte al sacrificio, a differenza dei loro compagni, i cui nobili ideali non riuscivano a tradursi in azioni positive. A quest’ultimo tipo letterario, familiare ai lettori russi dell’Ottocento, che ne riconoscevano le motivazioni non solo psicologiche, ma anche sociali e politiche, fu dato un nome, “uomini superflui”, entrato nell’uso comune proprio quando Turgenev diede alle stampe nel 1850 il suo Dnevnik lisnego celoveka (Diario di un uomo superfluo).

L’aderenza alla realtà è spesso ancorata nei romanzi di Turgenev a una cornice temporale non del tutto coincidente con la contemporaneità; per i lettori attenti alla rapida evoluzione della situazione politica e sociale era dunque naturale considerare il racconto in prospettiva storica, associandovi una precisa temperie culturale e ideologica. In Padri e figli questa cronologia fortemente evocativa caratterizza le biografie di Nikolaj e Pavel Kirsanov, ed è esplicita fin dalla prima pagina, in cui il ritorno dagli studi del giovane Arkadij, accompagnato dall’amico Bazarov, è datato 20 maggio 1859, dunque entro un contesto di attese e discussioni che all’epoca della pubblicazione del romanzo apparteneva ormai al passato. Nel 1861, infatti, era stata proclamata l’emancipazione dei servi della gleba, che aveva segnato uno spartiacque nella storia dell’Ottocento russo, polarizzando ulteriormente le divisioni in seno all’intelligencija, che già si erano delineate nel periodo precedente; e Bazarov, con la sua negazione radicale che non implica ancora un chiaro progetto per il futuro (non a caso l’opera si conclude con la sua morte), era l’eroe di questa fase di transizione, dopo la quale gli “uomini nuovi” degli anni Sessanta avrebbero imboccato vie diverse: dall’”andata al popolo”, al terrorismo, all’adesione al programma socialista.

I segni della transizione si riconoscono nel paesaggio che si stende davanti agli occhi di Arkadij al suo arrivo a Mar’ino: la campagna impoverita, come i suoi proprietari, cui i contadini non pagano il tributo, il bestiame affamato, il bosco venduto per far fronte ai debiti: lo spettacolo strappa al giovane una sconsolata conclusione: “[il paese] non può rimanere così, non può, sono necessarie delle riforme… ma come attuarle, da cosa iniziare?” (pp. 11-12 ). L’amministrazione dei beni e le difficoltà economiche sono una preocupazione costante per i fratelli Kirsanov (padre e zio di Arkadij), il primo pacioso e sostanzialmente inoffensivo proprietario terriero, il secondo alquanto caricaturale per la sua anglofilia trapiantata nella provincia russa. Nei “padri”, spesso di idee liberali, ma deboli e inconsistenti, Turgenev riconosceva caratteristiche sue e dei suoi coetanei; egli evitò a ragion veduta di attribuire loro tratti smaccatamente negativi (crudeltà, corruzione, sfruttamento dei contadini), affinché la ribellione dei “figli” non sembrasse nata da motivazioni psicologiche individuali, ma ne emergesse il valore storico, generazionale. Come scrisse poco dopo l’uscita del romanzo in una lettera a K.K. Slucevskij (14/26 aprile 1862), “Tutti i veri contestatori che ho conosciuto […] provenivano da genitori relativamente buoni e onesti. E in questo c’è un senso molto grande […]. Essi seguono la propria strada per il semplice fatto che sono più ricettivi rispetto alle esigenze della vita del popolo”.

Bazarov è figlio di un medico, e dunque appartiene al ceto dei raznocincy, i non nobili che si stavano facendo strada nella società russa con idee nuove e radicali, estranee ai valori dell’aristocrazia e dell’intelligencija liberale. Egli fa professione di scientismo e utilitarismo, non ha interesse per l’arte, definisce “romanticismo” l’esibizione di nobili sentimenti e i compiacimenti estetici dei suoi ospiti, ma non idealizza neppure i contadini e le loro tradizionali forme associative: il suo atteggiamento è sarcastico o indifferente non solo ai temi filosofici su cui si erano arrovellati nei decenni precedenti slavofili e occidentalisti, ma anche ai problemi che negli ultimi tempi appassionavano gli intellettuali, dalla questione femminile al futuro delle comunità contadine di villaggio. Bazarov rappresenta dunque un fenomeno inedito, non inquadrabile in categorie note, come pretenderebbe di fare Pavel Petrovic (nel contrasto che li oppone nel cap. X); non cerca di fare proseliti ed è così consapevole della propria incompatibilità con il mondo dei Kirsanov, da lasciarsi trascinare nella discussione solo controvoglia. Il suo aspetto esteriore, la palandrana con le nappe, la scarsa cura dell’igiene personale e i modi rudi, senza cerimonie, suscitano la diffidenza di quanti (padroni o servitori) sono ligi alle convenzioni sociali, ma gli consentono di essere più facilmente accettato dagli umili e, non a caso, dal piccolo Mitja.

L’uscita del romanzo fu seguita da una lunga catena di polemiche, incomprensioni e accuse, al fondo delle quali vi era l’idea, largamente predominante in questo periodo, che, in assenza di un libero dibattito di idee, la letteratura in Russia avesse un ruolo sussidiario rispetto al discorso politico, e che compito della critica fosse di renderne esplicito il significato. Il giudizio estetico sull’opera richiedeva dunque in primo luogo che se ne valutasse l’aderenza alla realtà, in particolare per quanto concerneva la figura di Bazarov. A quali distorsioni potesse dar luogo l’equazione fra letteratura e vita lo dimostra il fatto che nel 1862, quando si sviluppò nella capitale un’ondata di incendi dolosi, allo scrittore si imputò da una parte di aver creato col suo libro un clima sovversivo, mentre dal fronte opposto lo si considerava quasi un delatore, corresponsabile dell’arresto e poi della deportazione di Cernysevskij. Con maggiore equilibrio, N. Strachov osservò che Turgenev aveva delineato un tipo la cui esistenza non era stata notata quasi da nessuno, e di cui solo in seguito tutti si erano accorti; ma l’interazione fra letteratura e vita divenne ancora più stretta quando il personaggio letterario fu di nuovo restituito alla realtà come modello di costume, generando fenomeni di imitazione e identificazione.

Il secondo punto in discussione riguardava il modo in cui Turgenev aveva rappresentato la figura di Bazarov e il fenomeno nichilista. Lo scrittore non negò la propria estraneità alle idee del suo personaggio, ma ammise anche di aver provato per lui un’”involontaria attrazione” durante la gestazione del romanzo. Spiegò inoltre che i tratti sgradevoli del protagonista erano dovuti alle circostanze della sua vita e non a un arbitrio dell’autore, ed aggiunse un’interessante notazione sul proprio metodo: le interpretazioni discordanti dei lettori erano dovute, a suo modo di vedere, alla novità del personaggio e al fatto che Bazarov non aveva goduto, come altri tipi letterari (e citava ad esempio il puskiniano Onegin e il lermontoviano Pecorin), di un periodo iniziale di idealizzazione e di esaltazione, ma era stato subito proposto in modo critico, senza indicazioni univoche per la lettura.

Le dispute sull’orientamento ideologico di Padri e figli hanno a lungo oscurato la parziale identificazione di Turgenev col suo protagonista, al quale prestò qualcosa del proprio pessimismo schopenhaueriano; pochi colsero (e non a caso, fra di essi, Dostoevskij) il significato non solo contingente della figura di Bazarov e la tragicità che, nelle intenzioni del suo autore, doveva esserne un elemento costitutivo. Alla richiesta di dare finalmente alla letteratura russa un eroe attivo, Turgenev rispondeva creando non una figura idealizzata, ma “un lupo”, un personaggio enigmatico che egli stesso non sapeva se amare o no; ma non perdeva occasione per sottolinearne la superiorità rispetto all’ambiente che lo circondava e la propria assenza di tendenziosità nel raffigurarlo.

Il nichilismo di Bazarov è frutto della visione pessimista dell’autore, testimone di una frattura profonda nella società russa fra gli “uomini superflui” della sua generazione e quanto di nuovo si stava delineando: selvaggio, forte e onesto, “e tuttavia condannato a soccombere, perché resta ancora sulla soglia del futuro”, come scrisse nella lettera già citata a K. Slucevskij. Lo vedeva come una creatura che si potrebbe definire michelangiolesca, “a metà emersa dal terreno”, nobile, eppure solitaria nella sua negazione radicale e nella superbia intellettuale, di cui non può sfuggire la parentela con tanti personaggi dostoevskijani (Delitto e castigo apparve quattro anni dopo): la sua ulteriore evoluzione è la “distruzione della fede in regole valide per tutti, il ‘non c’è nulla di sacro’” che è all’origine del mondo del sottosuolo.

Introduzione a “Padri e figli” di Ivan Turgenev via Repubblica.it/SPECIALE- La biblioteca di Repubblica.