Da qualche giorno mi chiedo perchè la lettura di Dangling man ha avuto in me un così forte impatto
credo leggere romanzi in lingua originale ha soprattutto il vantaggio di permettere una maggiore comprensione dell’uso che lo scrittore fa della parola, non solo dal punto di vista grammaticale, ma espressivo e concettuale; Bellow ha grande controllo della scrittura, che esercita quasi con autorità, soprattutto precisione. Ed è morboso, sottile, pregiudiziale, ‘sacramentale’.
In molte delle considerazioni di Joseph ho riletto i sospetti che avevo da ragazzina, quella diffidenza, quell’aspettarsi niente e per niente, quella delusione, è davvero tutto qui? è davvero questo a cui ci siamo ridotti?
In passato ho disertato la lettura di questo libro, certo per ignoranza e soprattutto superficialità. Oggi questo libro crea in me sensazione; delle volte m’è sembrato un rimprovero, altre un tiro mancino, in alcuni momenti un ricordo. Ricordo una volta c’era una casa, il sole, un’infanzia, una famiglia, una stanza, un cortile, delle zie, reggiseni. Certi pettegolezzi, certe arie, certi dolcetti, certe preghiere, certe bestemmie, un cimitero, il sindaco pelato, i ceri rossi nell’altare, il postino in bicicletta, un kimono azzurro nell’armadio, l’assessoressa in minigonna, le sottane stese al vento, i baffi gialli del nonno.
Per qualche ragione mi pare capire da cosa nasce la rabbia di Joseph, da cosa quella frustrazione, quell’oppressione, quel fastidio, le idealizzazioni, l’insolenza di certe osservazioni, tanto parlare, concludere poco.
Parole parole parole, quante parole avrò detto in vita mia, quante stronzate ho avuto la pretesa di sostenere, quanto poco ho fatto di quello che ho detto. Parole. Bellow me le rinfaccia tutte, una per una, e fa incazzare. Bellow mi ricorda ho peccato, ho mancato, ho disobbedito al mio dio, ho disobbedito a me stessa. Certo, scegliere ho scelto. Ma non ho esercitato una concreta, effettiva, volontà di potenza. Per questo ho fallito. Continuo a fallire ancora e ancora a ripetermi negli stessi errori. Il superuomo è un folle. Non chiedetevi se siete liberi, chiedetevi cosa fare della vostra libertà; lì vi voglio; è a quel punto che l’orso deve avere chiaro in mente cosa fare e come farlo. Non c’è peccato originale, vanità, trauma infantile, adolescenza abusata, vecchiaia precoce, che tenga. Io, io sono una debole. Questo so di essere. E’dura doverlo ammettere. Ma tant’è, è. Ho delle alternative, però. Se non posso cambiare la mia vita, posso superare me stessa. Al di là del bene e del male. I agree there are advantages and disadvantages.
Di cosa vado lamentandomi, in fondo? Disprezzo negli altri ciò che riconosco mio ma non voglio ammettere tale. Nel provare delusione nei confronti del mondo e degli uomini, commisero me stessa.
C’è nella scrittura di Bellow una forte componente allegorica che si esprime per parabole espressive molto convincenti. C’è nella scrittura di Bellow come una sacralità, che pare dignitoso rispettare e non insinuare di pretese e concettualismi. Per questo, ho letto il libro tacendo. Ne ho lette tante e di grosse, ma a bocca zitta. A qualcosa doveva servirmi, e m’è servito.
Ho riflettuto molto sul concetto di guerra. Guerra, denaro, Pace, Libertà. C’è un’osservazione che fra tutte è quella che ha provocato in me maggiore reazione. Joseph dice

‘I support the war, though perhaps it is gratuitous to say so; we have the habit of making these things issues of personal morality and private will, which they are not at all. The equivalent would be to say, if God really existed, yes, God does exist. He would exist whether we recognized him or not. But as between their imperialism and ours, if a full choice were possible, I would take ours. Alternatives, and particularly desirable alternatives, grow only on imaginary trees.
Yes, I shall shot, I shall take lives; I shall be shot at, and my life may be taken. Certain blood will be given for half-certain reasons, as in all wars. Somehow I cannot regard it as a wrong against myself’

In altri tempi avrei considerato questa di Bellow una bestemmia. E’ una provocazione. Siamo in guerra, ognuno di noi tutti i giorni viene chiamato alle armi. Che si tratti di scegliere un leader politico, di una disputa a lavoro, di una qualche questione controversa, di un duello d’amore, di un blocco emotivo. Quel dio è forse la verità. C’è chi la cerca nella giustizia, chi nella solidarietà, chi nel profitto, chi nell’amore, nel sapere, nelle arti, nella scienza, nel caos, nella musica. C’è chi la rifiuta, chi la disprezza, chi se ne compiace, chi tende a mistificarla, chi a farne una ragione di vita. Le armi sono parole, i fatti storia. Si può scegliere di usarle, si può scegliere di tacerle, le si possono usare per distruggere, per uccidere, per amare, per costruire pace, per liberare. Ognuno ne ha libero arbitrio e più o meno facoltà d’utilizzo e comprensione.
Guerra e Pace. L’altro giorno, non è una stronzata, mi è capitato comprarne una copia in una libreria a Charing Cross
Dico al tizio dello shop, ‘How can you value such a priceless masterpiece?’
Well, I guess it’s your lucky day darling, you owe me £ 1.90 only. Thanks!
Un pound e 90, tanto vale Guerra e Pace. Ora, i fatti vogliono ch’io riesca a leggerlo tutto, dalla prima all’ultima pagina, come mi sono sempre rimpromessa di fare. E io questa volta voglio riuscirci. Bisogna pur iniziare da un principio
L’altro giorno ho trovato su ‘Russia Beyond the Headlines’ questa intervista al critico letterario Pavel Basinsky che svela un paio di segreti su Tolstoy, perchè rifiuta la Chiesa, cosa è stato del figlio illegittimo
A prominent literary critic reveals Tolstoy’s mystery | Russia Beyond The Headlines.
Più vado avanti e imparo, meno conosco e sono sicura di sapere.