L’altro giorno cercando un libro sopra l’armadio, mi è capitato fra le mani questo di Diego Cugia, L’Incosciente, che ho qui con me da un paio di anni e ogni tanto mi piace rileggere; Il romanzo è ambientato a Roma, ricorda le elucubrazioni di Zeno, la tensione esasperativa che ricorre ne Il Processo di Kafka e racconta di un uomo, un ex assicuratore, cui ossessione di controllo sfugge alla ragione, mette in crisi e presenta imputato alla corte di un pubblico di conoscenti presenti al party del proprio compleanno
Vi propongo il primo capitolo, e una ‘quota’, a pagina 7, tratta da Il Mito di Sisifo, di Albert Camus
In certi uomini, il fuoco dell’eternità,
da cui sono divorati, è abbastanza potente
perchè vi brucino anche il cuore
di coloro che li circondano

________________Capitolo 1________________________________

Ieri sera mi hanno citofonato ma non aspetto nessuno da mesi. Un tempo aspettavo mia moglie, quando ho scoperto che Lia mi tradiva ci siamo separati e ho smesso di attendere. Credo che l’attesa sia un vizio come la speranza e io preferisco il dolore senza sorprese.
Il citofono non l’ho sentito subito, non consciamente almeno. Alle otto ero già in vestaglia, rannicchiato in poltrona con un fascio di scontrini del lotto di tutte le ruote, il vassoio della dieta e un bicchiere extra di rosso perchè a mezzanotte avrei festeggiato cinquant’anni.
In genere se tengo la televisione accesa sono spento. Da quando mi sono dimesso dalle Assicurazioni la lascio accesa giorno e notte. Spesso mi sorprendo davanti allo schermo con gli occhi a terra; reggere lo sguardo della televisione m’imbarazza come quando abbassi gli occhi di fronte all’ipocrisia di un amico. Per questo, forse, si rompono i ponti con gli altri e si rimane da soli: per sfuggire alla colpa di aver tutti taciuto qualcosa.
Allo squillo del citofono devo aver fatto un balzo. Lacrime nere come formiche si rincorrevano sui piedi nudi, ho creduto di perdere sangue. Il medico mi aveva avvertito che alla mia età bisogna sottoporsi a una colonscopia.
Ho alzato gli occhi nel dubbio che lo squillo infinito provenisse da una pubblicità televisiva e mi sono accorto del bicchiere rovesciato sul vassoio. Del vino rosso che mi colava dal pigiama.
Mi seccava far freddare la cena, ho posato lo stesso il vassoio in cucina e sono corso ad aprire. Per tutto il giorno avevo sospettato che Lia e la bambina si fossero dimenticate del mio compleanno, invece era un trucco per farmi una sorpresa assoluta e portarmi la torta. Ho premuto il pulsante del citofono senza controllare.
Li ho sentiti parlottare per strada.
“Allora è in casa” ha sospirato Aragno, come sgravato da un peso enorme.
“Se ti ho detto che l’avevo seguito, non sono un dilettante” l’ha rimbrottato Caruso.
Ormai avevo aperto, ho trattenuto il respiro sperando che se ne andassero. Non ho contatti con i colleghi da quando mi sono dimesso dalle Totali ed ero già pronto a lanciarmi nel buio delle scale per sostenere la bambina nella trionfale marcia dolciaria. L’anno scorso Nanà aveva rovesciato sul tappeto la torta con quarantanove candeline. Avevamo dovuto domare il principio d’incendio con la sciarpetta rossa, anche se le sue lacrime avrebbero ottenuto risultati più efficaci di un pompiere.
“Ci sei?” si è assicurato Aragno. “Possiamo salire?”
Senza attendere la risposta ha spinto il portone fischiettando come i timidi, soltanto che lui non è timido.
Ho dovuto rispondere: “Certo”.
Caruso ha modulato al citofono: “Tanti auguri, Luca Svevi, tanti auguri a te” e si è introdotto nel palazzo dietro al fischiettio di Aragno.
Ho ficcato sotto un cuscino gli scontrini del lotto e mi sono smacchiato alla meglio il vino dalla vestaglia, poi Aragno mi ha stretto la mano, Caruso ha offerto le guance, e ci siamo seduti in tre sullo stesso divano giallo, anche se c’erano altre due poltrone gialle libere.
Mi sono scusato di non conservare niente in frigo da offrire perchè sono a dieta. Aragno ha commentato che faccio sempre la dieta così posso sempre trasgredirla, abbiamo lavorato per undici anni gomito a gomito alle Totali, come potrebbe dimenticarselo? Lui soffre di colesterolo alto con l’aggravante dei soliti fastidi alla prostata, quindi non beve e mangia quasi niente, in particolare il prosciutto di Parma tagliato a fette spesse che dopo i quarant’anni pare faccia malissimo anche se si toglie il grasso.
Caruso sembrava a disagio. Lì per lì non sono riuscito a capire che cosa avesse da dimenarsi, quasi trovasse assurdo l’essermi piovuto dentro casa il giorno del mio compleanno. Sarebbe bastato confessarlo e mi sarei mostrato immediatamente d’accordo. Che senso aveva una visita di un’ora, sopo un anno di silenzio? Apprezzavo il gesto, si capisce, ma volendo dimostrarsi gentili per forza non bastava una telefonata? Ho sempre disapprovato il falso cameratismo fra assicuratori, quando siamo i primi a sapere che i rapporti umani si aprono e si chiudono nella parentesi di una provvigione. Tuttavia, essendo il padrone di casa, mi è sembrato poco gentile evidenziarlo.
Ho domandato se avessero fretta, visto che Caruso controllava l’orologio. Aragno l’ha gelato con uno sguardo da uccello, a becco chiuso, estatico, e Caruso ha detto: “No, ti pare?”. Lui è una persona semplice. Trovandosi costretto a svolgere una mansione sgradevole preferirebbe liberarsi subito dal peso: in questo modo nutre l’infantile speranza che il danno non si protragga. Zoologicamente ricorda un koala. Allertato dal collega, si è grattato la pancia a marsupio cercando qualcosa di meno rischioso da dire. Ha chiesto dove fosse finito il trumò con ribalta ereditato dai miei.
“Trentacinque milioni di vecchie lire.”
“La litografia di Mirò?”
“Due rate di mutuo.”
Mi è sembrato sinceramente contrito. Si è girato in panoramica calcolando il mobilio residuo, non ha trovato granchè da sommare, ha scosso varie volte la testa, mi ha domandato che lavoro avrei fatto da oggi in poi.
Gli ho risposto allo stesso modo di quel venerdì del maggio scorso, al settimo piano stanza trentanove, quando sigillai l’ultimo scatolone con gli effetti personali: ” Mai più polizze”
“Si, ma i soldi per vivere?”
“Ce l’ha, ce l’ha” è schizzato in piedi Aragno. “Vuoi metterti in testa che finge di non possedere mobili per la Finanza?” Mi ha gettato un’imbeccata d’intesa: “Hai già avuto una volta la visita della Finanza, o no?”. Se scoprisse che i disoccupati non nascondono i miliardi in garage dovrebbe farsi ricoverare. Aragno rientra nella categoria di persone convinte che chiunque stia meglio di loro.
“Se dice che non li ha, non li ha. Svevi è un uomo sincero” l’ha contraddetto Caruso.
“Sincero lui?” ci ha annichiliti il collega con una risata filodrammatica, è sprofondato in una delle poltrone gialle rimaste libere, per dimostrare che altri mobili da vendere c’erano. “Anche sotto questo profilo avremo modo di approfondire la questione” ha concluso intimidatorio, si è corretto elargendomi un cenno rassicurante, poi ha sbirciato l’orologio fingendo di grattarsi il polso.
Ho trattenuto uno sbadiglio di fame. Da quando sono tornato a vivere da solo, ceno alla stessa ora della mia bambina per illudermi di averla accanto. Caruso non si è dato per vinto. Ha ricordato che anche lui ha figli da crescere, mentre Aragno è celibe, e il nostro assillo non riesce nemmeno a immaginarselo. E’ partito alla carica supplicandomi di tornare sui miei passi: “I clienti chiedono sempre tue notizie, si fidano solo di te”. Gli ho fatto notare che, se il motivo era questo, mi sembrava bizzarro piombarmi in casa a un anno di distanza, considerato che da allora non era cambiato un bel nulla. Ha obiettato che non era esatto perchè alle Totali si è insidiato un nuovo direttore del personale, lontano parente della famiglia di sua moglie.
Aragno è intervenuto in mio soccorso: “Siamo qui per fargli una sorpresa e vuoi guastare la festa?”.
L’ho pregato di non intromettersi, sentivo l’esigenza di chiarire l’equivoco: “Sono consapevole che, entro un paio di mesi, non sarò in grado di badare economicamente a me stesso e ai miei, ma con tutto il rispetto, Caruso, che c’entra tua moglie? Non si tratta di trovare una scorciatoia per farmi riassumere alle Totali, il mio problema è quello di non essere più in grado di assicurare niente a nessuno su niente e nessuna cosa al mondo, a partire dal sottoscritto. Quello che sospettavo un anno fa ve lo ripeto a ragion veduta oggi: siamo dei pazzi a illudere la gente. Non esiste uno straccio di polizza in grado di farmi tornare la sera a giocare a Monopoli con Nanà, un’altra che mi restituisca i vent’anni, nè una terza potrà garantirmi che domani non salterò in aria su un autobus per colpa di qualche dinamitardo fanatico. Ma che razza di assicuratori siamo? Venditori di ombrelli. Più architettiamo protezioni dai rischi più lucriamo sull’ingenuità umana. Un mestiere da baraccone. Purtroppo, a cinquant’anni, non sono capace d’inventarmene un altro”.
“E come sfamerai la famiglia?” ha chiesto Aragno con aria canzonatoria.
“Ci stavo pensando quando avete suonato.”
Siamo rimasti in penombra senza agiungere altro, finchè il verso di una gatta in calore ha infiammato il salone. Mi sono alzato dal divano per fumare senza arrecare fastidio e ho gettato uno sguardo tra le fessure delle persiane. L’eccesso di solitudine mi provoca piccole paranoie: tenere le persiane chiuse quasi la luce del giorno mi denunziasse, o parlare smodatamente a causa del silenzio accumulato.
Dietro i palazzi s’intravedevano una scorza di cielo anguria che mi ha trasmesso il sapore fragrante delle sere d’estate, quando filavo al mare con le ragazze sentendomi un leone capace di garantire l’universo.
La signora Elide, la custode del condominio rimasta vedova di recente, ha richiamato la gatta in portineria con un verso simile a quello lanciato dalla convivente. La gatta ha seguito a balzi le ciabatte della padrona come fossero giovani maschi.
Aragno e Caruso mi hanno preso a braccetto annunziando che avevavo in serbo una bella sorpresa, si sono permessi d’insistere invitandomi a indossare giacca e pantaloni perchè cominciava a farsi tardi, e si sono raccomandati che mi portassi appresso un documento d’indentità.
Ho chiesto se gli avesse dato di volta il cervello, detesto tutte le ricorrenze, in primo luogo le mie, e poi non esco molto spesso la sera.
I colleghi non hanno voluto sentire altre storie, e sebbene mi mancanserro motivi validi per presenziare all’evento, qualunque esso fosse, non disponevo di quelle vincenti per sottrarmi, compresa la mancata visita di Lia e di Nanà; semmai, il totale oblio di un ex marito e di un padre, nel giorno del cinquantesimo compleanno, andava conteggiato fra i motivi favorevoli all’uscita di casa. Può darsi che abbia accettato per questa ragione, o forse ho ceduto perchè ero a digiuno dal giorno prima e sul vassoio la cena doveva essersi completamente freddata.
Sono andato in camera, ho aperto l’armadio, mi sono seduto sul letto a guardare gli abiti e mi sono sembrati quelli di un morto. Il corpo che li aveva indossati era il mio, però le giacche pendevano da impiccati qualunque e i pantaloni ciondolavano inerti.
Se i pantaloni parlassero bisognerebbe bruciarli per quante ne hanno viste e sentite, oppure promuoverli cavalieri del lavoro per l’umile testimonianza di aver marciato, sofferto e amato addosso a noi, muti.
Il giorno prima ne avevo comprati un paio grigi, estivi.
Il commesso accucciato con gli spilli in bocca mi aveva domandato se li preferivo con il risvolto o senza: ero stato incapace di rispondergli.
“Di solito come li porta?”
“Senza” avevo mentito. Non lo ricordavo più.
Attraversando via del Corso avevo provato invidia per i pezzi maschili con le iniziali cifrate, per la loro duplice certezza di riconoscersi un’identità inconfutabile e di servirsi del camiciato migliore. So che è effimero ma loro non lo sanno. E’ questa la potenza degli altri.
Davanti all’armadio mi sono specchiato nella dozzina di pantaloni senza personalità, quasi tutti grigi, alcuni col risvolto, altri senza. Nelle giacche quasi tutte blu, solo di taglie diverse.
Ho dovuto immaginare di essere mio padre e mia madre seduti sul letto, di fronte al lutto spalancato dell’armadio del figlio, perchè soltanto nascondendomi dietro le palpebre della coppia d’ombre composte e solenni, riuscivo a provare un po’ di tenerezza per l’uomo che quei pantaloni avevano condotto fino al punto di uscire, senza riflettere, con due assicuratori, una sera.

Da L’Incosciente, di Diego Cugia, 2003

Annunci