Sono settimane che non riesco a dormire; se mi conosco bene, questa fase durerà un paio di mesi ancora, prima di un definitivo crollo nervoso dovuto alla stanchezza. Allora non succederà niente di nuovo; anzichè due, riprenderò a dormire quattro, cinque ore per notte. Fino alla fase successiva. Daccapo come adesso.
Ultimamente sarei capace di non dormire per due giorni di fila. Quando questo succede, mi piace tenere duro e definire un nuovo record. Come ci si sente a non aver chiuso occhio per quasi 45 ore? Bene. Dopo 47? Ancora meglio. Meglio ancora se sfiorate le 50. Vi si vuota la mente, il corpo sembra alleggerirsi di peso; avvertirete un fastidio agli occhi, un dolore alle tempie, molto spesso una pesantezza in testa, un ronzio alle orecchie, e sarà come vivere in apnea.
Quando questo succede, mi chiedo ancora cosa accadrebbe s’io mi liberassi dell’amo che mi tiene per la bocca e tira verso la superficie. Catapultarmi fuori dal letto, inveire contro Nettuno sotto la doccia fredda, abbandonare casa prima dell’alba, punirmi a lavoro, dieci ore di fila. Mi pare questo, lo svantaggio dell’insonnia più significativo. Eppure.
Eppure bisogna mostrarsi in superficie, timbrare il cartellino dell’esistenza, compiere il proprio dovere, essere. Consensienti o meno? Pare, la faccenda prevede il beneficio del dubbio, ma non si è mai troppo sicuri circa la cosa giusta da fare.
Di buono, mi consola la notte. Mi piace tenere aperta la finestra, lasciarla entrare in camera. Là fuori è rumore, ma riesco perfettamente a distinguere la sirena della polizia, da un clacson, dal ronzio di un televisore acceso, dagli accordi di chitarra suonati dal mio vicino di casa.
Mi pare tutto ha più senso, di notte. La gente dorme, il traffico scema di ritmo, la città russa, sonnambula, respira lento, e io con essa, di ritrovata pace e serenità.
Voi che sognate, quando non dormite? A me si svela agli occhi un cortometraggio di allucinazioni lungo chilometri di pellicola. Se avessi talento, ne verrebbe fuori un bel film muto.