Robert Frank, London, 1951-1953

Ho conosciuto una donna, ieri notte. Stavo fumando una sigaretta davanti all’uscita della tube. Avevo appena finito di lavorare, contavo di rientrare a casa di lì a poco. La donna avrà avuto sessant’anni. O forse quaranta, ma portati con fatica; indossava un piumino nero, lungo fin sopra le caviglie, un paio di sandali, aperti ai talloni, un fazzoletto chiaro in testa, una borsa blu a tracolla. Mi si è avvicinata con in mano una cartina della tube. Non parlava inglese. Parlate russo? Le ho chiesto. Ma da come ha aggrottato le sopracciglia e mi ha guardata smarrita, ho capito ci saremmo dovute intuire a gesti. Ambascia Americu, dice lei. Parku, Ambascia Americu, e indica con il braccio alla nostra destra. Capisco la donna sta cercando l’ambasciata americana, che so essere nei dintorni di Hide Park, non lontano da dove ci trovavamo. Familu. Parku. Ambascia Americu. Continua a dire lei, appena sottovoce, la fronte aggrottata, gli occhi fasciati di rughe, le mani strette a pugno e tenute al petto. Una bambina timida e gentile. Graziosa e accorta nelle maniere, introversa, una matrioska dentro una matrioska dentro una matrioska ancora più piccina, cose non dette e tenute dentro, lacrime amare e silenzi.
Ho chiesto a un passante dell’ambasciata americana. Questi mi ha indicato la direzione e io e la donna ci siamo incamminate lungo la Piccadilly. La donna mi seguiva a meno di un passo di distanza, silenziosa; ogni tanto mi guardavo alle spalle e rallentavo il passo credendo di stare andando troppo veloce per la sua andatura. Mentre camminavamo ho desiderato più volte prenderla per mano; pensavo a quant’era vulnerabile, tutta sola, in un paese straniero, di notte, senza neanche conoscere la lingua del posto. Ho pensato Chiunque avrebbe potuto farle del male.
Ma chi è Chiunque. E io, Chi sono?
Io so, chi sono io, ma chi sono gli altri? Chi è la gente, chi le facce, gli ombrelli, la fretta, le code, il traffico. E chi suona le note di questo concerto, la vita? Chi scrive la partitura, chi decide le accollature, chi segna le note nel pentagramma, chi prevede per ciascuna una frequenza, gli intervalli; chi decide il suono, chi il timbro. Chi decide il tempo, chi la durata.
Chi soffia dentro il vaso e libera i fiati, le trombe, i cori dei baritoni; cose rende l’armonia, di quali accordi è fatta la speranza, cosa spiega questo caos?
Il tragitto lungo Hide Park fino a Gronsvenor Avenue dura oltre venti minuti; attraversiamo uno a uno una ventina di luxury hotels incastonati come diamanti alle dita di giovani vacche inglesi in biancheria da sera e pellicce di criceto transgenico, panciuti portieri in frac e cilindro, qualche limousine e tante macchine sportive
‘Prego, signori, accogliete le Due Regine degli Stracci! Avanti, Regine, avanzate!’
Le due regine degli stracci avanzano lungo un tappeto d’oro, sotto lo sguardo sprezzante dei passanti che si rifiutano di offrire loro la cortesia di un informazione. L’ambasciata americana si trova poco dopo Hide Park Corner; illuminata di fari e un piccolo parco di fronte all’ingresso, dall’altra parte della strada. Dove vive la regina degli stracci, la zingara bambina. ‘Avete da mangiare, Regina?’ Mi ha mostrato una bottiglia di aranciata, che teneva dentro la borsa; poi ha cacciato di tasca una manciata di monetine. ‘Se avessi una casa, Regina, ma non ho niente da offrirvi, accettate questa modesta cortesia’.
Se non mi fossi vista coi miei occhi, non avrei potuto dire quella zingara bambina era io. Chissà dov’ero stata, e se c’era qualcuno, di là nel parco, ad aspettarmi.

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