Gli uomini che mi amano sono gli uomini che mi disprezzano con passione. Mio padre, per esempio. L’ultima volta che ci siamo visti, io e mio padre abbiamo litigato con una passione da amanti, quasi violenta, che è insieme ferocia e ostinazione
‘Mi fai schifo’, mi ha gridato in faccia lui. Gli occhi iniettati di rabbia, in bocca un certo disgusto, quel disprezzo che late nel risentimento e si traduce in insulto per mancanza di argomenti. S’era così incazzato che per poco non ci rimaneva secco. Me ne ricordo ancora la faccia, livida, esasperata dalla rabbia, sconvolta. Sono sicura desiderasse uccidermi, quando mi ha colpita in testa con un pugno. La collera è un sentimento sublime, un veleno sacro, la massima espressione della tragedia umana. Vedere in collera mio padre da bambina mi metteva paura e faceva scappare e nascondere sotto la gonna di mamma. Mia madre cercava di proteggermi, mio padre di colpirla. E’ stato per proteggere mia madre che mi sono costretta ad affrontarlo, senza mediazioni nè fughe; corpo a corpo, in alcuni momenti con la flemma di una devi drogata di morfina, in altri consumata da una rabbia primitiva e feroce, come d’animale torturato e cresciuto in cattività.
Reggere lo sguardo di mio padre è una sfida. Bisogna non avere paura di morire, per reggere lo sguardo di mio padre. Non è facile. Non è facile non avere paura di morire. Bisogna che voi vi siate impegnate al massimo ogni attimo della vostra vita, perchè possiate dirvi pronte, in qualunque momento, a morire, con orgoglio e senza rimorsi. Senza paura. Non è facile. E’ una sfida. Per morire senza paura bisogna averci una coscienza, stropicciata, macchiata, consumata, ma ancora viva.
Non fossi certa di quanto mi ama, direi mio padre mi disprezza per gioco e cattivo gusto. Invece c’è una tenerezza di fondo che in alcuni momenti mi fa pensare a lui come a un bambino aggressivo, che ha fallito nella sfida coi maschi e a chi ce l’ha più duro, più grosso, più lungo, e vuole riscattarsi da questa penosa sconfitta esibendosi a cazzo in tiro, piazzato dritto in faccia alle donne, che per difetto mancano di quegli attributi e lo confermano vincitore di un titolo e un primato, ottenuto con la forza e di forza. Il Titolo del Supremo, il Primato di colui che sale al podio del potere e afferma un ruolo assolutistico, universalmente indiscutibile: il boss, il padre di famiglia, l’amante padrone.
Dal punto di vista sociale mio padre è un uomo al di sotto la soglia media, tutto sommato mediocre, sottomesso al matriarcato che fu di mia nonna, bambino ubbidiente e adorante, privo di interessi, senza un amico, non una medaglietta al valore, non un solo vinile, non un solo libro nè un hobby, a parte la pornografia e gli animali, di cui si prende cura in una tenuta in campagna, un tempo casa dei nonni. Contadini.
Più di due anni fa mio padre ha allargato lo zoo e comprato una cavalla, Masha, nera, bellissima, un tempo orgogliosa e fiera, indomita e sprezzante, oggi sottomessa, zoppicante e docile, quasi cieca da un occhio, già madre di un pony e gravida di un secondo in attesa da settembre. Ridotta a mero utero e fine procreativo. Come quelle donne costrette dagli uomini a prostituirsi e procreare figli, cui corpi vengono uccisi e organi venduti al mercato nero. Come tutte quelle terre madri sverginate dal colonialismo e offese nell’orgoglio dalle guerre, i martiri, le dittature, la schiavitù delle genti.
L’altro giorno mia sorella mi ha raccontato un fatto di cui si è ricordata mia madre qualche tempo fa; io ero bambina, avrò avuto 3 anni e qualche problema di bronchite; i miei genitori mi portarono da una donna, una vecchietta di campagna, conosciuta in paese per certi ‘poteri’ esercitati attraverso preghiere e unguenti medicamentosi. In altre parole, una strega e una fattucchiera. Una guaritrice. Una saggia contadina. Non mi ricordo di questo episodio, ma mia madre dice ch’io sono guarita dopo due settimane e lei si ricorda ancora di quello che la strega le disse al termine della seduta
‘Chista fimmina cugghiunuta si fa’
Io credo questo mio essere, a dire della strega, una fimmina cugghiunuta, all’origine dei problemi con mio padre. La definizione cugghiunuta offende la mia femminilità, il mio essere donna, la mia vagina, e rimanda a una interpretazione maschilista, a una precisa iconografia, certi connotati che non appartengono al mio essere animale, femmina e donna, seno, utero, vagina, ma vengono trasfigurati in un membro maschile, un paio di coglioni, in altre parole risolutezza, ostinazione, incoscienza (erroneamente confusa per coraggio) necessari ad affrontare con determinazione e prontezza la vita. L’ambizione a diventare sè stessi e realizzare la propria individualità e autonomia.
So per certo i cavalli sono animali codardi, che temono le risse e scappano nel pericolo. Da qualche parte lessi il carattere di un uomo si misura da come va a cavallo, da come il cavaliere riesce ad avere il controllo sulla volontà dell’animale. Io ho sempre detestato farmi tenere per le briglie e preteso d’essere io, il cavaliere e la bestia, codarda e timorosa come qualsiasi animale ed essere vivente, ma motivata dalla sfida più significativa, domare la paura e affrontare il pericolo.
Io non credo d’essere mai stata bambina, agli occhi di mio padre. E io credo d’avere sempre guardato mio padre con gli occhi di una donna.
Non ricordo alcuna delle mie scelte incoraggiata dall’approvazione e il pieno sostegno di mio padre. A iniziare dalla più infantile, voler studiare danza classica e pianoforte, a quella di andarmene di casa, appena adolescente. Un’offesa, la mia, che ha condizionato la pessima qualità della nostra relazione, già pietosa. Mio padre odiava ch’io per orgoglio avessi rinunciato alla convenienza e ai ricatti della sua ‘generosità’. La generosità di tenermi in casa e darmi da mangiare
Mio padre odiava vedermi leggere. Mio padre detestava vedermi scrivere. Mio padre disprezzava le mie idee, le mie iniziative. Mio padre disprezzava sentirmi parlare in italiano, si prendeva gioco dei miei sogni e delle mie aspettative.
Negli anni camminare nel tempo, andare avanti, mi è sempre sembrato un esercizio di estrema precisione, ogni volta compromesso dall’instinto ad accasciarsi, tirarsi calci nel sedere, ripiegare, procedere di due passi, retrocedere di dieci.
Credo anche il rapporto con mio padre abbia condizionato di riflesso il mio rapporto con gli uomini, di cui, in alcuni casi, mi ostino a elemosinare consensi e approvazione; di cui mi innamoro per dispetto, e disinnamoro per orgoglio; verso cui mi sento in dovere di dimostrare qualcosa, contro i quali ho bisogno di ribellarmi, altre sottomettermi. Uomini che in alcuni casi temo e in altri proteggo, delle volte materna, altre irrimediabilmente ostile. Credo anche la scelta di stare da sola come il consolidamento di una ritrovata indipendenza affettiva, e una più attenta e consapevole gestione delle emozioni. Di cui prima non riuscivo ad avere il controllo, e adesso si.
Io e mio padre ci siamo fatti molto male, ma so per certo che mio padre mi ama quanto io amo lui. Non si può detestare, odiare, qualcosa, qualcuno, che non si è amato in egual misura e con sentimento di passione. Quanto più mio padre mi disprezza, tanto più mio padre mi ama. Mio padre avrebbe voluto fare di me una sua creazione, motivo d’orgoglio e fierezza, agli occhi di mia nonna, della gente e di Dio. Una donna a modo suo, indipendentemente da me e specialmente contro di me. Una delle poche ragioni per non avere paura di morire. E di rimorsi, e di rimpianti.
In tutti questi anni mi è mancato più di tutto affetto e quella complicità fra genitori e figli che non so cos’è, e posso solo immaginare. Delle volte immagino come ci si sente con le spalle al sicuro, dentro casa propria, dov’è caldo e tutto è intimo, condiviso, rassicurante e protettivo. Com’è abbassare la guardia, concedersi il lusso di essere deboli e riposare.
Agli uomini che mi disprezzano io dico che li amo, perchè questa è la mia forza e la loro debolezza e rovina.