Questo di Oriana Fallaci, Penelope alla guerra, del 1960, non è solo il romanzo di debutto, ma un’ammissione. Oriana Fallaci ammette di essere stata anche lei una ragazzina, e di essersi innamorata, ingenuamente, di un uomo, un ex soldato, che non sta ad aspettare in casa, davanti alla tv e coi ferri della maglia in mano, ma va a cercare, fino in America, e con la scusa di dover girare un film.
La Fallaci sa essere molto presuntuosa e talvolta saccente, in quello che ha scritto, ma è in questo romanzo che secondo me rivela il lato più vulnerabile, sensibile e vanitoso di sè. C’è in lei quel disincanto, che la invecchia e indurisce, misto a stupore infantile, che a un tratto l’intenerisce e riporta a quand’ era bambina. Orgoglio e curiosità devono essere stati i suoi pregi migliori. Nell’edizione che ho qui, della Bur, la prefazione di Concita De Gregorio dice quanto segue
‘Da Oriana Fallaci, la più grande giornalista italiana del ‘900 (definizione che lei avrebbe trovato orrendamente riduttiva, sessista e provinciale, avrebbe chiamato infuriata per farla togliere da questa prefazione, avrebbe telefonato con la sua voce nera e arrochita dal fumo. “Oriana Fallaci. Scrittore”, ha fatto scrivere sulla sua lapide), da lei abbiamo tutti imparato in via definitiva e senza possibilità di equivoco nè di ripensamento che non esiste – in questo tempo saturo di immagini e di notizie, in questo tempo di fasulla correttezza ipocrita – un altro modo di raccontare che non sia quello che mette chi scrive alla guida del racconto. Non l’obiettività ma l’aperta soggettività. Non la neutralità ma la schietta e persino esibita parzialità: la narrazione dal proprio punto di vista, il proprio sguardo sulle cose. Una cifra, nel caso di Oriana un marchio. Il mondo secondo lei. Due righe e siete già sulle spalle di questa donna che vi conduce fuori dalle autostrade a otto corsie del sapere, vi porta lungo i sentieri, vi apre nuove piste nella foresta, vi guida lungo un tracciato solo a lei noto ma fidatevi perchè questa è la chiave dell’adorazione e del disprezzo che Fallaci suscita: fidarsi, lasciarsi portare dove solo lei potrà mostrarvi quel che vede, o non farlo, diffidarne. Girare le spalle e andarsene. Tornate pure ‘lungo la strada che credete più facile perchè è a senso unico e priva di curve’. Andate, illusi. Ecco: siamo alle ultime pagine di Penelope alla Guerra.
New York, 1957. Giò, la protagonista, ha ventisei anni. Oriana ne aveva ventotto, allora. “Strana ragazza, a suo modo incantevole. Parla poco ed ha bellissimi occhi. Diventa feroce quando si arrabbia.” Questo dice di sè. “Sei cinica e allo stesso tempo sei ingenua. Capisci tutto e allo stesso tempo non capisci nulla.” Questo dicono di lei. E’ la storia di una giovane scrittrice spedita in America dal suo produttore perchè trovi l’ispirazione per un soggetto ‘moderno e brillante’. Angelo Rizzoli, il produttore, Oriana la giovane scrittrice. Racconta dunque di sè. Del suo incontro con l’America e della sua idea di America: quella di prima, l’illusione, quella di dopo, la realtà.

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