“You can’t measure the mutual affection of two human beings by the number of words they exchange.”
Milan Kundera
gli amanti discorrono il linguaggio dei sensi, la parola Amore è un significato ineplicabile in segni, un parlare e comprendersi per approssimazioni, un mut(u)o intuirsi.
La moglie dell’avvocato‘, un film del 2003, scritto e diretto dal regista coreano Im Sang-soo (임상수) ruota piuttosto sul tema dell’incomunicabilità di fondo alla crisi di una relazione di coppia.
Liquidato sbrigativamente dalla critica con il clichè donna-annoiata-tradisce-marito-con-amante-adolescente, questo noir è più di un gioco di ripicche e volgare passatempo erotico.
Il titolo del film rimanda a una precisa interpretazione dei ruoli, Hojung (nel film l’attrice Moon So-ri) è appena l’ombra di un uomo irrequieto che ripiega nell’ alcohol e in una relazione extra-matrimoniale. I due sembrano evitarsi appositamente, l’una impegnandosi in un corso di danza e attraverso l’accudimento del figlio adottivo, l’altro tenendosi lontano dalla famiglia e implicandosi in una causa civile e in una relazione con una studentessa d’arte. Succede che un giovane adolescente, loro vicino di casa, si innamora di Hojung; Hojung sa del tradimento del marito, e lo accetta, con intelligenza e comprensione, ma si sente comunque rifiutata. Esasperata da negazione e frustrazione si concede al ragazzino (emblema dell’amore gentile e intellettuale, riscatto e indipendenza emotiva). Succedono ancora due eventi drammatici, tali da inquadrare il film entro il genere noir, ma quello a evidenziare maggiormente è l’approccio del regista nell’inquadrare i mutamenti della società coreana, reduce di una guerra civile e di un collasso economico.
In molti hanno ritenuto innecessarie le scene, crude, di sesso e violenza contenute nel film, mentre proprio perchè estreme, quelle scene delimitano il superamento di un limite entro il quale ciascuno di noi viene posto al confine, e oltre il quale non c’è giusto o sbagliato, bene o male, ma soltanto la scelta di scegliere.
Tante, nel film,  le citazioni letterarie. Meravigliosa la fotografia.

[..]La moglie dell’avvocato è più un film sulla corporeità e sulle sue infinite mutazioni, all’interno della quale il sesso opera come agente principale ma non unico; accanto a esso, operano altri fattori, talvolta in antitesi: la malattia del padre del protagonista maschile, ritratta senza falsi pudori, le crisi isteriche del giovane amante di lei (che arriva a ferirsi da solo), la danza come processo di acquisizione di una (falsa?) coscienza del proprio io, alla quale il personaggio della Moon si aggrappa come a un salvagente. Insomma, più che un film sul corpo in sé, un film sulla percezione che abbiamo di esso e su come essa muti a seconda delle ingerenze esterne… Non solo: un film sulla ricerca dell’armonia cosmica attraverso l’armonia con se stessi, partendo dal proprio corpo; ricerca destinata a risolversi con lo scacco di una morte – insensata o ampiamente annunciata – o con l’effimera soddisfazione di un amplesso clandestino (specie se consumato in una palestra di danza, luogo della ricerca dell’armonia per eccellenza), alla fine del quale non rimane che un triste post-orgasmic chill…
Dal corpo alla mente, poi, il passo è sostanzialmente breve: senza tante elucubrazioni (e proprio qui risiede la genialità di Im, nonché lo scarto in avanti rispetto ai film citati in precedenza: nel suo “lasciar vivere” i personaggi, nel lasciarli respirare, nell’immetterli nel vortice del caso – l’insensato e un po’ buffo omicidio del figlioletto, reso con scioccante efficacia visiva – senza dare troppe spiegazioni né cercare giustificazioni di ordine socioculturale – noi siamo così perché è la società che ci vuole così), il film compie un viaggio à rebours e dalle esternazioni della fisicità dei personaggi riesce a penetrare l’interiorità estrema dell’inconscio, lasciandoci intuire quali sono le dinamiche che lo animano: e ciò che vediamo rischia di non piacerci affatto, perché la famigliola modello ritratta nel film è in realtà un covo di mediocrità, egoismi, bassezze e sotterfugi troppo “veri” per non far male. Il tutto con una messa in scena e un racconto che stemperano alcuni toni quasi lynchiani (il cane investito a inizio film) con altri che ammiccano persino alla commedia sofisticata (lei che va in bicicletta e cade, le gag del bambino), o comunque al cinema di genere (l’atroce vendetta dell’uomo investito dall’avvocato)…
Certo, poi ci sono “le fasi dell’accoppiamento” (multiplo, visto che entrambi i protagonisti hanno un amante), con alcune scene veramente suggestive (una fra l’avvocato e la sua amante ritratta in prospettiva, con un demi-plongé, come dal ramo di un albero, è davvero memorabile), capaci di prendere di petto la materia senza concedersi al bieco sensazionalismo (d’altronde la censura coreana impedisce di inquadrare i genitali, specie quelli femminili, ma per Im questo non pare essere un grave problema); ma La moglie dell’avvocato è veramente oltre tutto ciò, un film capace di librarsi al di sopra della sua ostentata materialità organica, per scoprire che anche (forse soprattutto… O soltanto?) dal sangue e dal liquido seminale può scaturire l’essenza dell’anima
via La moglie dell’avvocato – Il mio corpo che cambia (Di Sergio Di Lino, Cinemavvenire Il portale italiano sul cinema)