Questa città è un albergo. All’occorrenza un motel a ore, un ostello, un campo di rifugio. Gente va, gente viene. Gente rimane, poi riparte; ognuno con in valigia un pezzettino di mondo.
Anche questa casa, è un albergo. Da quando vivo in questa casa, ho già conosciuto una quindicina di inquilini diversi, con buona probabilità destinati a cambiare ancora nel giro di qualche mese. Il più delle volte la convivenza è pacifica; ognuno che arriva sembra mimetizzarsi al colore degli interni e abbinarsi al resto dell’arredamento esistenziale, incorporato al divano, attaccato ai muri, steso a coperta in camera da letto; si ha tutti come un’impressione di provvisorietà, come d’essersi imbarcati sullo stesso vascello di fortuna, e di stare navigando, intorno a sè stessi, in attesa di scorgere terra ferma e abbandonare la stiva.
Co-vivere in gruppo, richiede uno sforzo innaturale di coordinazione e adattamento. Difficile si vada a tempo, con i ritmi di ciascuno; ognuno avrà i propri, e il più delle volte è jazz.
A co-vivere in gruppo, si realizza la reale distanza fra sè stessi e gli altri. In questo caso minima. Come vivere culo e camicia attaccati a Qualcuno, un’entità plurima che rappresenta una a una tutte le persone con cui entrate in contatto, in una sorta di commistione dei rispettivi spazi vitali; Qualcuno nel corridoio, Qualcuno dietro la porta del bagno; Qualcuno fuori dal portone; Qualcuno seduto di fianco a voi in metro; Qualcuno di fianco a voi a lavoro; Qualcuno a due passi da voi in strada; Qualcuno di là le pareti di camera vostra.
Chi vive da solo per la prima volta e per la prima volta ha lasciato casa dei propri, lo riconosci dalle tende nuove appese alle finestre, e dallo zerbino di benvenuto posizionato fuori la porta di camera propria (oltre che dal fatto che non è capace di programmare una lavatrice); di solito è in a party mood quasi tutte le sere ed è facile inciamparci contro alle 3.30 del mattino, quando vi alzate per andare in bagno e ve lo ritrovate fra i piedi, stravaccato a cadavere, nel corridoio.
Chi con buona probabilità ha intenzione di rimanere a lungo, lo riconosci dal numero di posters e fotografie che attacca alle pareti di camera, mentre chi pensa che con buona probabilità rimarrà per poco, generalmente non si preoccupa di svuotare le valigie fino a prima del terzo/quarto mese, quando finalmente lascerà casa. Con buona probabilità, ancora, dimenticandosi dello spazzolino da denti nel bagno.
Il veterano delle convivenze, invece, lo riconosci dal fatto che organizza i turni delle pulizie, tira l’acqua dello sciacquone, ed è generalmente l’unico a ricordarsi di portare fuori la spazzatura.
C’è infine il coinquilino fantasma, di cui conoscete l’esistenza, ma non vedete la presenza. E’ un coinquilino magico, che c’è, ma non c’è. Appare. E scompare. Si materializza. E si smaterializza. Sembra esserci, ma non c’è, perch’è altrove. Possiede il dono dell’ubiquità. E’ presente nello spazio, ma invisibile nella sostanza.
E’ un coinquilino speciale, come nel caso del viaggiatore semi invisibile dello scultore Bruno Catalano. Non solo, in questo caso, presente nello spazio- ma incorporato allo spazio.

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