‘Change is when the real you emerges’
m’informa la kaballah, e a me questo pare calzare a pennello
ho giusto un paio di scarponi che mi struggo a capire se indossare, o tenere ancora appesi al chiodo. Stare me ne sto. A piedi nudi. Ma al coperto. A fissare il soffitto. Ho solo paura quest’inverno farà più freddo degli anni passati.
Il fatto è che da qualche tempo sto seriamente prendendo in considerazione l’ipotesi di andare in ‘pensione anticipata’; sedici anni di lavoro (sotto-pagato) alle spalle, appena una manciata di peanuts nelle tasche, la schiena a pezzi, l’umore ai piedi, il fegato in poltiglia, il girovita in espansione lardominale, l’indice di isteria alle stelle, un’ostinata tanto inappetenza sessuale quanto pruriginosa misantropia, nessuna prospettiva di vita -mi sembrano ragioni più che sufficienti. Pensare di trascorrere altri 30? 40 anni di vita nelle stesse condizioni, vorrebbe dire assicurarsi una vecchiaia di rimorsi. E io non ho intenzione di avere rimorsi per quando sarò vecchia. Ulteriormente rimbambita, ingrassata, inacidita e- chi può mai saperlo- fisicamente debilitata, impossibilitata persino a prendermi cura di me stessa. No. Io non ho intenzione nè di invecchiare, punto primo. Nè di lavorare altri 30, 40 anni della mia vita. Punto.
Io è tempo di andare in pensione. Di andare a Phanculo. E’ una vita che desidero andarci. Mandatemici! Ve lo chiedo in ginocchio. Ci vado io per tutti. Per quelli che s’offendono quando ce li mandate, e per quelli che pensano d’offendervi quando vi ci mandano.
Chiedo niente?
Un rifugio in campagna, ai piedi di un monte, vicino una collina, a due passi da un lago. Il profilo del mare all’orizzonte. Un orto, tre piantine di pomodori, un triangolino di odori, un piccolo frutteto, le papere nel cortile, i tulipani nel giardino; d’estate i meloni, d’autunno le castagne, d’inverno la legna nel camino, in primavera i mandorli in fiore. Oggi cucino le frittelle, semino i bulbi, porto dal veterinaio la cavalla incinta, ascolto un vinile, sferruzzo un maglione, raccolgo l’uva, brindo al novello; scrivo, dipingo, disegno sui muri, suono la batteria, studio, vi aspetto per cena. La strada, la sapete.
Mi pare questo vorrebbe dire vivere. Sapete, come in quelle cooperative pensate da Vera Pavlovna nel romanzo Che fare?, di Chernyševskij. Capite cosa intendo? C’è da fare.
L’altro giorno, Danilo Cardone ha superato sè stesso in questa meravigliosa recensione de ‘La collezionista’, ultimo film della trilogia ‘Sei racconti morali’, del regista francese Eric Rohmer
[di cui potete leggere i contenuti in questo articolo, pubblicato su Cinefobie, il cinema blog di cui Danilo è il regista]
La Collezionista – Eric Rohmer [1967] « cinefobie.
Questa una delle scene del film che mi è familiare perchè ricorda i preamboli delle litigate fra me e mio padre in tema con l’umore di questo post. Se capite cosa intendo.

Off La collectionneuse (1967), fourth movie in the series of the Six Moral Tales, by Eric Rohmer