Klaengur Gunnarsson (via Flickr)

Da qualche tempo seguo con curiosità e interesse un blog, The Minimalists, curato da Joshua Millburn e Ryan Nicodemus, scrittori di mestiere; com’è intuibile dal titolo, il blog tratta di minimalismo e propone un’ampia gamma di saggi e letture circa il tema. Sebbene l’approccio determinista, l’atteggiamento stratega, il sentimentalismo asettico e le tante contraddizioni (ora l’uno vi dirà dell’importanza di non fissare obiettivi, mentre l’altro vi ha appena detto fissare obiettivi è di grande importanza ),The Minimalists è interessante, a mio parere, per diversi motivi; fra questi il fatto che a scrivere sono due trentenni, borghesi, americani- minimalisti; due rampolli di famiglia bene che a una certa si ribellano al consumismo e scoprono in bisogno di ridurre la propria esistenza all’essenziale.Il fulcro di questo progetto esistenziale consiste anzitutto nel liberarsi, sbarazzarsi, delle proprie cose, quindi nella realizzazione del distacco dalle stesse.Leggere di una giovane donna che racconta con entusiasmo di quanto le abbia fatto bene liberarsi di un guardaroba milionario,e con esso di una macchina,dei 3/4 di cianfrusaglie in giro nel proprio appartamento e della metà almeno delle ore di lavoro a settimana-fa specie. Quasi impressione. Ricorda l’esasperazione nevrotica e spirituale di quella giovane coppia di borghesi ne Il Porcile di Pasolini; rigurgito postmodernista al capitalismo della società industriale. La giovane donna non sarà Lady Godiva, ma si è appena scoperta in catene,e vuole liberarsene
Dunque mi si dice che il minimalismo non è un attitudine, una qualità dell’essere, ma un comportamento. Un comportamento in risposta a un disagio interiore, a un’oppressione esterna. Io non scelgo di preferire l’essenziale al futile, io mi libero del futile e scelgo di avere un approccio minimalista alla vita.
Ma prima ch’io mi liberi di qualcosa devo averla accumulata. e cosa mi ha spinto, fino a prima di adesso, ad accumulare tanto se non il bisogno, ossessivo, convulsivo, di avere? E avere.A una certa i trentenni americani si accorgono c’è qualcosa che non va, i conti non tornano. Se fino a prima di andare in crisi felicità era un 3 x 2 al supermercato, una vacanza premio, una villa in montagna, una carriera brillante, un guardaroba d’alta moda, una cena a cinque stelle, adesso i trentenni americani, sull’orlo di una crisi di nervi, riscoprono l’importanza del minimalismo, manifesto zen del giovane disoccupato,precario a contratto temporaneo, operaio, senza tetto,cittadino d’oriente, del terzo mondo emarginato.
A una certa aspettative ed esigenze si riducono all’essenziale. Conversazioni significative, solitudine, attaccamento ai valori che contano- l’amore, la famiglia, l’amicizia- meditazione, capacità d’ascolto, empatia, atteggiamento critico nei confronti del reale. A una certa felicità non è avere, ma essere. La felicità non è data dal possedere, ma dal liberarsi del desiderio di essere felici, possedendo.Quanto meno posseggo, tanto più sono felice. Tanto meno desidero, tanto più sono libero e felice.
‘Chi semina desiderio raccoglie oppressione’, il preambolo dell’undicesima tesi su Feuerbach espressa nell’Ideologia Tedesca di Marx.
Questo il manifesto del giovane minimalista postmoderno