Off Nilson Matta’s Black Orpheus, 2013
Giornate come questa le ore gondolano lente sulla superficie liscia del tempo solcandola in ricami di schiuma bianca e onde di chiffon
Ed è bello lasciarsi scorrere a occhi chiusi nella frescura della sera
Off Nilson Matta’s Black Orpheus, 2013
Giornate come questa le ore gondolano lente sulla superficie liscia del tempo solcandola in ricami di schiuma bianca e onde di chiffon
Ed è bello lasciarsi scorrere a occhi chiusi nella frescura della sera
Off I Can’t See For Lookin’, by Red Garland, released in 1963
Mi spiace sempre un po’ quando finisco di leggere un libro che ho amato e mi sono portata a letto per settimane, in alcuni casi mesi.
Certi libri, smilzi, sono come delle sveltine, uno slancio di esagerata passione culminato entro una parabola di piacere intenso a breve durata. Il bello delle one reading night stand consiste soprattutto nel disimpegno della lettura ottimizzato dall’incostanza e dalla soddisfazione di un’urgenza.
Con altri libri, più voluminosi, il coito segue tempi più complessi e profondi, simili per affinità a quelli di una coppia in fase di collaudata intesa sentimentale. Intuizioni, preliminari, pause, sigarette, elucubrazioni, riprese, affondi. Distacchi. Riappacificazioni.
Leggere ha un che di sensuale. Gli e-reader mancano di sensualità perchè precludono il piacere di leccarsi un dito e sfogliare le pagine. Sfogliare le pagine è un atto d’intima intesa fra il lettore e la trama, via via spogliata del mistero che si rivela sotto strati e strati di parole.
Ultimamente ho per le mani Le avventure di Augie March, di Saul Bellow, un romanzo di formazione ambientato a Chicago durante gli anni del proibizionismo. Un romanzo che sto amando tanto e potrebbe costarmi un’accusa di pedofilia se paragonato al piacere che mi procura leggere di un ragazzino, un po’ timido, curioso, sentimentale, a volte saccente, a volte ingenuo, alle prese con gang di italiani malavitosi, pugili proletari, colti ereditieri, marinai, donnine viziose.
A Saul Bellow rimprovero il fatto di farmi eccedere nella riflessione. I migliori romanzi instillano nel lettore una baruffa di idee tale da acciuffarlo per i capelli, coinvolgerlo nella rissa e lasciarlo in stato di comatoso e irreversibile stupore. Ringrazio Bellow per lo scompiglio emozionale che non manca di procurarmi tutte le volte che approccio un romanzo dei suoi.
A dirla tutta, leggere di Augie mi fa rosicare. Perchè diamine non ho tra i miei tanti parenti siciliani un paio di gangster emigrati in America da andare a visitare?
Off The Sleepwalking Society, Nostalgia 77, 2011

“As Gregor Samsa awoke one morning from uneasy dreams he found himself transformed in his bed into a gigantic insect.”
Così inizia La metamorfosi di Kafka. Difficilmente verremo a sapere con certezza se a provocare gli incubi di Samsa è stata una porzione di parmigiana trangugiata incautamente poco prima di andare a letto, o la visione di Marzullo trasmessa in programmazione notturna nel piccolo televisore riposto in camera. Quello che è certo, è che Samsa è stato baciato dalla fortuna prima di cadere sotto il giogo di Morfeo. Non è roba di tutti i giorni trasformarsi in un insetto e l’oppio dei papaveri che il dio del sonno reca seco per indurre allucinazioni oniriche nei dormienti, deve avere avuto l’effetto sperato su di Samsa. Qui passano le settimane, gli anni, ma della metamorfosi alcun segno apparente. Appena un piccolo bernoccolo sul lato sinistro della fronte, che certo non posso definire un condilo, ma il risultato di una colluttazione assai incresciosa avvenuta qualche giorno fa tra me e un palo, credo della luce, trovatosi suo malgrado nel mio raggio d’azione. Incauto.
Leggevo, camminando. Leggevo un testo di Ponge, camminando a passo sicuro lungo la Prenestina. L’elevazione dello spirito prescinde il peso specifico del corpo e la legge di gravitazione universale. Questa è la dolorosa verità e il testo di Ponge tirato in causa a testimoniare il fatto
La Farfalla
Quando lo zucchero elaborato nei gambi emerge nel fondo dei fiori, come tazze mal lavate, -un grande sforzo si svolge al suolo da cui le farfalle di colpo prendono volo.
Ma da quando ebbe ogni bruco la testa accecata e lasciata nera, e il tronco dimagrito dalla vera esplosione in cui presero fuoco le ali simmetriche.
Da quel momento la farfalla erratica non si posa più, se non alla ventura, o quasi.
Fiammifero volante, il suo fuoco non è contagioso. Del resto, arriva troppo tardi, e può solo costatare i fiori sbocciati. Non importa: comportandosi da lampista, verifica per ciascuno la provvista di olio. Depone sulla cima dei fiori il cencio atrofizzato che porta con sè e vendica così la sua lunga amorfa umiliazione di bruco ai piedi dei gambi.
Minuscolo veliero dell’aria maltrattato dal vento quale petalo in soprannumero, vagabonda nel giardino.
Da Il partito preso delle cose, 1942
Jackie McLean Quintet, 1967

La vita, un teatro. Le maschere, le pose, i ruoli, un copione, più copioni. Applausi, fischi. Trionfi, sconfitte.
Fragori, silenzio.
Don’t you think I understand?
The hopeless dream of being.
Not seeming, but being.
In every waking moment
aware, alert.
The tug of war… what you are
with others and who you really are.
A feeling of vertigo
and a constant hunger
to be finally exposed.
To be seen through,
cut down…
even obliterated.
Every tone of voice a lie.
Every gesture false.
Every smile a grimace.
Commit suicide?
That’s unthinkable.
You don’t do things like that.
But you can refuse to move
and be silent.
Then, at least,
you’re not lying.
You can shut yourself in,
shut out the world.
Then you don’t
have to play any roles
show any faces,
make false gestures.
You’d think so…
…but reality is diabolical.
Your hiding-place
isn’t watertight.
Life trickles in everywhere.
You’re forced to react.
Nobody asks if it’s real or not,
if you’re honest or a liar.
That’s only important
at the theater,
perhaps not even there.
Elisabet, I understand why
you’re silent, why you don’t move.
Your lifelessness
has become a fantastic part.
I understand and I admire you.
I think you should play
this part until it’s done..
..until it’s no longer interesting.
Then you can leave it,
as you leave all your roles.
Da circa una settimana divido casa con un nuovo inquilino, un uomo del sud, sulla quarantina, laureato in architettura, disoccupato dai tempi in cui la folta chioma di capelli brizzolati che ha in testa poteva ancora dirsi corvina; in lutto per la morte di entrambi i genitori, celibe; in attesa di un possibile impiego come guardia di sicurezza promessogli da un conoscente, alias un farabutto che organizza corsi di qualifica alla professione per ‘soli’ 400 euro. Ci siamo conosciuti la prima volta il giorno di pasqua, quel pomeriggio che rincasavo da lavoro e lui si trovava in cucina a leggere il giornale. Da allora D. mi ha raccontato di una chiamata che si aspettava di ricevere ieri e avrebbe definito il giorno in cui presentarsi a lavoro. Stamattina ci siamo incontrati nuovamente in cucina, e chiestogli delle novità, D. mi ha risposto che dovrà aspettare ancora una settimana prima di avere una conferma definitiva. Chiamato al telefono il farabutto, questi ha sciorinato la solita manfrina del mercato del lavoro in crisi e detto di aspettare fino a quando, a suo dire, le cose si sbloccheranno e lui potrà iniziare a lavorare. Intanto che D. mi raccontava di questa faccenda, mi sono morsa la lingua più volte pur di non proferire parola in merito a ciò che penso. Che mi colpisca un fulmine se lo faccio. Ampiamente confuso per pessimismo, il mio realismo rischia il più delle volte di risultare inopportuno, specie nei riguardi di una persona che conosco appena e a cui considero con affetto di riparmiare il nichilismo che sottintende. Cosa ti ci vuole, uomo brizzolato, a capire che tutta quanta questa faccenda è una truffa? Uomo di fede, sei stato tradito miseramente. Uno stronzo ha accettato del denaro in cambio della tua crocifissione.
Ho immaginato la vita di quest’uomo tra l’incudine e il martello tenuto in mano da un boia che per vigliaccheria si diverte a prolungare di una settimana la sua sentenza di morte. Mi sono chiesta se a mia volta sarò forte abbastanza da sopportare i boia che da qui a quando la mia testa corvina diventerà grigia, mi avranno decapitatata decine di volte ancora prima della fine. Ringrazio ognuno di loro per avermi resa la cinica donna che sono. A costo di rinunciare alla mia amorevole sensibilità probativa, il freddo dell’acciaio che mi preme al collo costituisce tutt’al più un leggero fastidio ovviabile con una scrollata di spalle e un vaffanculo di cortesia alla vita.
Mi sono detta di non volerci essere quando D. se ne starà in cucina con le mani al viso, a disperare della propria buona fede. E’ sempre un pessimo giorno quando qualcuno si accorge di essere stato tradito a causa della propria ingenuità. Mi piacerebbe avere nei confronti della vita un’atteggiamento incantato e favolistico, quel pizzico di ottimismo idiota che alimenta di speranza la vita altrui nonostante le difficoltà. Ahimè non riesco a fare a meno di guardare alle vita in tutto lo squallore della sua marcescente bruttezza. Si, la vita è un affare losco, la vita è brutta, di una bruttezza che fa spavento. Diffido per principio di quanti hanno il coraggio di vedere in essa qualcosa di positivo. Mi chiedo come questi facciano a ostentare una tale incoscienza ignari il mondo è una discarica di orrore e l’uomo fra le più temibili bestie del genere umano. Fosse l’uomo soltanto vigliacco. No, l’uomo è ingannevole, meschino, opportunista. Di fronte a un uomo brizzolato che affronta la vita bendato, io, per principio, desisto, e al ruolo di infermiera preferisco quello della stronza. Quel giorno in cui D. se ne starà in cucina con le mani al viso, a disperare della propria buona fede, esangue, io, con gentilezza, farò quello che una persona civile si riserva di fare per discrezione, eviterò di esporlo alla mia spietatezza. Davvero non mi sento di fare altro. Perchè la vita è brutta, e la compassione è un orpello di offensiva, bieca e squallida bellezza.
Se le parole fossero saette, mi piacerebbe tempestare di veemenza la sperduta desolazione di un foglio bianco, deserto di miraggi grammaticali e idee più o meno fruttuose che a secco d’immaginazione tardano a germogliare e compiersi rigogliosamente oltre l’aridità lessicale dei propri limiti intellettuali.
C’è niente di più subdolo e umiliante di una pagina bianca. All’apparenza inoffensiva, eppure minacciosa.
‘Coraggio’, sembra sfidarti, ‘riempimi di parole, se ne hai il coraggio’.
Il conflitto fra volontà e prestazione è tale da sfinire o esaltare a seconda del risultato finale, spesso viziato da un’eccessiva emotività o dall’usura della ragione. I paragrafi sembrano costituire a un tempo un cruciverba e la sua soluzione. Le parole, un apritisesamo e un limite.
Quisquilia. Calefazione. Ballista. Hai voglia a girarci intorno, parole come queste esprimono più di quante se ne possono mettere insieme per intendere ‘una cosa minuta di poca importanza’. ‘Un fenomeno per cui un liquido, versato su una superficie molto calda, forma gocce che corrono su di questa senza toccarla, per l’interposto strato di vapore’. ‘Una persona che usa raccontare fandonie’.
Il coraggio. Fai presto a dire coraggio che a ‘sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali; che affrontare con decisione un pericolo; che dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio’.
La realtà è un vocabolario di segni, rappresentazioni, che trascendono la natura delle cose ma assumono di significato solo se le si riesce a definire entro il senso compiuto e universale delle parole. Come si fa a rendere da universale a personale quel vocabolario, a farlo proprio nella descrizione di una realtà interiore antecedente il linguaggio?
Leggo in una delle bustine di plastica viola che avvolgono gli assorbenti che ho per le mani:
‘Nella fase premestruale si possono manifestare anche effetti positivi come l’aumento del desiderio sessuale e della creatività’.
E ancora
‘Lo sai che, subito dopo il ciclo, l’aumento di estrogeni e testosterone fa aumentare la capacità di concentrazione?’
Umh. Se qualcuno ha avuto il coraggio di scrivere motivational prompt nelle bustine degli assorbenti, io che ho il ciclo tutti i mesi non ho scuse da opporre alla pusillanimità che mi fa sudare freddo davanti alla pallida aggressività di un foglio di carta. Eppure.
Sanguinare, diceva quel megalomane di Fitzgerald. Uno dei segreti per scrivere bene è sanguinare, fare della scrittura i punti di sutura che raccolgono i lembi aperti di un cuore squarciato del quale sapere descrivere i sintomi.
Eh. Hai detto niente.

Patti Smith – Gloria
The Slits – In The Beginning There Was Rhythm
We The People – My Brother The Man
New York Dolls – Subway Train
Television – Venus
Talking Heads – Psycho Killer
The Feelies – Everybody’s Got Something To Hide (Except Me and My Monkey)
Big In Japan – Suicide A Go Go
The Cigarettes – I`ve Forgot My Number
Brian Eno – Third Uncle
L’altro giorno il mio collega mi raccontava della relazione clandestina che sta vivendo con un uomo divorziato, padre di un bambino e amante di un prete. La conversazione si è poi spostata sulla questione nozze gay e per la prima volta mi sono chiesta perchè anche i gay tengono a sposarsi. Intendo, il minimo che possa fare uno stato che per costituzione si definisce democratico e civile, è di garantire a ogni singolo cittadino tassato e tassabile, pari diritti, opportunità e doveri. Che la demagogia è scienza, religione e statuto su cui si fonda l’organizzazione di una nazione democratica, è reso certo dal fatto che costituzionalmente lo stato si dice votato all’uguaglianza fra i cittadini, ma di fatto opera per la loro discriminazione ed emarginazione. In questo caso, non approva costituzionalmente le nozze gay. Ammetto da gay mi sentirei lusingata forte di questa che intenderei una liberazione e una legittimazione, ma molti gay vedono nel mancato riconoscimento delle nozze un motivo di ingiustizia, dunque stanno lottando per il conseguimento di un diritto che certamente mi auguro ottengano quanto prima.
Vengo alla questione e mi chiedo perchè le coppie gay tengono al matrimonio. Lo stesso mi chiedo degli etero, ma c’è forse una differenza. Il matrimonio per gli etero è prassi quanto mettere al mondo un bambino e poi divorziare. Per i gay il matrimonio è un atto di conquista e il risultato di una lotta che li vede schiarati contro uno stato che costituzionalmente vieta loro di realizzarsi in qualità di essere umani. Dunque avere una famiglia, avere dei bambini, divorziare, e tutte cose che la società assume per scontate. Ma ecco il punto sta proprio in questo. Il matrimonio è una prassi, una consietudine. Tanto lo sono avere un bambino, separarsi, divorziare. La prassi definisce i rapporti entro le maglie della legalità intendendo per illecito ciò che non viene riconosciuto come tale dalla legge. Il tradimento, la mancata cura dei figli, l’abbandono del tetto coniugale. Lecito e illecito coesistono sullo stesso piano e l’uno è definito quanto l’altro da una legge, un ordine superiore alla volontà del singolo. La legge ammette la monogamia, condanna la poligamia. La legge ammette il divorzio, condanna l’adulterio. La legge ammette l’eterosessualità, condanna l’omosessualità. La legge ammette la pena di morte, condanna la violenza. La legge, in definitiva, stabilisce cosa è giusto, cosa è sbagliato, cosa è bene, cosa è male. In tutto questo c’è l’uomo. Volubile, teso al piacere, alla vanità, all’esaltazione di sè stesso. Teso per natura a esplicare la propria esistenza, teso per natura a realizzare la propria persona in ordine a una scala di priorità e valori che prescindono leggi e stato. La libertà, la crescita intellettuale e spirituale, il conseguimento dei propri obiettivi, l’esplicazione delle proprie potenzialità e ambizioni.
Perchè l’uomo si costituisce alla legalità salvo infrangere la legge? Perchè si sposa salvo tradire? Perchè divorzia salvo risposarsi? Perchè mette al mondo un bambino, salvo abbandonarlo? Per certo gli uomini costituiscono l’emblema di contraddizioni che nessuna legge al mondo può spiegare, definire, propugnare, correggere o punire. La vita è un atto individuale di dedicata responsabilità che nessuno stato, con il suo complesso apparato di leggi, diritti e doveri può lontanamente auspicare di tramandare come prassi al genere umano.

Me e l’uomo che è in me condividiamo più o meno gli stessi interessi. A dividerci sono i tempi e la costanza che applichiamo agli stessi. Per esempio entrambi siamo decisi ad approfondire lo studio della grammatica spagnola. Entrambi preferiremmo dedicare tempo ad altre attività altrettanto significative quali dormire, leggere o esercitare la nostra creatività scrivendo, ma siamo convinti dell’importanza che ha lo studio della lingua spagnola nel lavoro che facciamo, dunque dobbiamo sforzarci di ricavare dal tempo libero che ci rimane lavorando, dormendo, leggendo e scrivendo, quelle due ore di studio intensivo della lingua.
Formalmente l’uomo che è in me ha un approccio di tipo metodico e analitico nei confronti dello studio. Di solito è lui che si preoccupa di comprare vocabolari e testi di grammatica e me di lasciarli dentro la busta di plastica pur di non doversi preoccupare di separare la carta dalla plastica in corso all’Operazione Riciclaggio, che ci siamo imposti di portare a buon fine. Si, dei due io sono quella pigra, lui quello che finge di interessarsi alla lettura delle etichette salvo delegare a me l’operazione di smistamento e la responsabilità di avere commesso qualche errore. ‘Ti avevo raccomandata di’ e la rissa mentale che ne consegue, costituiscono appena l’un per cento del nostro passatempo preferito e del mio mal di testa: litigare soprattutto per delle sciocchezze.
Di recente ho trovato il romanzo dello scrittore-barista Hector Sanchez Minguillan, Dos Huerfanos en China, che mette d’accordo entrambi e concilia lo studio con il piacere della lettura e dell’ozio ricreativo. La storia racconta di un viaggio in Cina sulle orme di un padre assente di fatto ma presente nello spirito attraverso il diario di memorie scritto dall’uomo alla madre e ritrovato dal figlio, che decide di partire a sua volta.
Qualcuno di voi volesse esercitare lo spagnolo tramite corrispondenza, ci scriva, noi saremo felici di raggiungervi via email ovunque voi siate.
Aquí el prólogo de la novela Dos Huerfanos En China
Un joven pierde a sus padres a causa de un accidente de automovil cuando estos regresaban de un viaje a China. Entre las maletas que le entregan, encuentra el diario escrito por su madre en equel paìs y, tras leerlo, decide realizar el mismo viaje que sus padres hicieron antes de morir. Sin embargo, como no quiere viajar solo, pone un anuncio en internet buscando acompanante. Responde al cabo de pocos dias un joven chino que no habia vuelto a su pais natal desde que fue adoptado por una pareja catalana. Los dos jovenes, cada uno marcado por el recuerdo de sus padres, parten pues hacia su destino. A partir de entonces asistimos al relato de las correrias del huerfano a traves del gigante asiatico en compania de un chino flematico, europeo y desorientado, para quien China es a un tiempo un lugar insolitamente familiar y completamente ajeno. De la mano del narrador nos adentramos en un curioso trayecto en el que los protagonistas no solo descubriran el pais, sino tambien lo mas profundo del ser umano. Un viaje iniciatico que sin duda transformarà a los dos personajes y, quien sabe, tal vez tambien el lector.
Hector Sanchez Minguillan (Castellan, 1975) es escritor, viajero y, actualmente, camerero en un bar de tapas del barrio barcelones de la Barceloneta donde, segun el mismo explica, ‘hacemos un ceviche exquisito’. Ha vivido en Salamanca, Dublin y Amsterdam t, aunque empezò la carrera de Filologia hispanica, prefirio dejar la universidad para buscarse la vida en el mundo de la hosteleria. Ademas del presente libro ha publicado otra novela, titulada ¿Por que mato Julio Galope? (2010, Premio de Novela Corta Cristobal Zaragoza 2009), y un poemario, Nostalgia de nada (2010, Premio del Certamen de Poesia de la Universidad de Zaragoza, 2008).
..mumble..mumble..
Perchè La Ragazza che legge viene da Theodore Roussel raffigurata nuda nell’atto di leggere?
Forse perchè leggendo la ragazza si spoglia delle convinzioni sotto cui nasconde l’intrinseca natura del dubbio e il desiderio di conoscere? Forse perchè leggendo nuda la ragazza si offre all’epochè che la condurrà alla verità? Forse è nelle intenzioni dello stesso Roussel suggerire agli osservatori quella sospensione di giudizio necessaria a godere dell’opera attraverso i sensi e coi sensi soltanto, come del resto predispone di fare l’estetismo.
Bella La ragazza che legge è bella quanto l’opera tutta nell’insieme. Delicata, dedicata e sensibile al fascino dell’immaginazione. Questo quadro si direbbe un omaggio alla primavera.
Théodore Roussel | Tate London
Image credit biblioklept.org
Così ho scoperto che Jelly Roll Morton mi amava. Come faccio a esserne tanto certa? Si capisce perfettamente questo pezzo è stato da lui scritto appositamente per impressionarmi. Appositamente per compiacermi. E’ ovvio gli mancavo. E’ ovvio sapeva quanto mi avrebbe resa felice ascoltarlo.
Il tocco è lieve, misurato, e s’intona magnificamente alle note del doppio whiskey che sto sorseggiando seduta al bar dove, questa notte, sono finita soprappensiero, in un subitaneo flashback di distrazione in bianco e nero.

La prima volta che cercai di ucciderla, pensai che dovesse esser per fuoco e ferro. Saccheggiarla come una città, scendere su di lei con ali di metallo, sganciare bombe inesatte ma largamente letali sulle vie, le piazze, le sedi dei partiti, i focolari, farla una distesa di cadaveri di infanti, di donne, di vecchi. Colpire, con una forbice lanciata su di un fondale, i rifugi dei vecchi, seminare i morti senili come mirtilli grigi di polvere. M’ero disegnato il suo corpo come una mappa, con vene di strade e arterie e ramblas e avenues carotidee e i crescentes capezzolati e le esedre genitali. Poi scatenavo la grande ombra della mano sopra la pianta, la mappa, e quella imitazione di falco diffondeva ovunque il brivido, il terrore, l’angoscia, udivo il clamore iname delle sirene d’allarme, vedevo affollarsi le strade di popolazione in fuga. I plebei, abitanti tra le dita dei piedi, attorno ai calcagni hanno piantato una tendopoli di provvisori contenitori per abitanti. I sovversivi hanno il loro quartiere malfamato nelle pieghe del pube, o nelle pelurie delle ascelle; ma dai denti, dalle belle padiglionate orecchie, nelle lisce colline dei seni, Parioli e Tibidabo, vedo sfrecciare le belle, grandi macchine dei potenti, degli ecclesiastici, le famiglie, con bonne svizzere, dei ricchi. Il suo ventre è cosparso di giornali, si spengono i fanali, persino l’ombelico, sede del governo e del parlamento, noto per la bella pindarità intellettuale che l’affolla, le donne bellissime della donna bellissima, l’ombelico è silenzioso e stralunato; io mi abbasso, l’ombra della mano si fa più grande, eappunto lì, nell’ombelico dell’ombelico, io punto l’ironia pelosa del dito di metallo. ‘No’ mi disse ‘ma qui; alla tempia’. ‘Le Tuileries’ aggiunse dopo una pausa ‘la reggia’. Si accarezzò col polpastrello, signore di moltitudini, la bella tempia, invito di intimo scalone, onoranza dell’ospite, pronao del templum,ascensore al tèmenos.
Colui davanti a cui mi trovavo era infinitamente alto, da trenta a quaranta volte più alto di me, ma così benevolmente retrattile da giungere alla mia misura, o quasi, giacchè mi parlava con la sua voce roca e tenera, talora da dieci, talora da cinque, talora da soli due metri al di sopra di me. Ma sapeva, all’occorrenza, sfrecciare verso il soffitto – poichè certo v’era un soffitto, giacchè non fu dato di scorgere costellazioni – per aprire certe sue scatole grandi come continenti,e trarne fuori oggetti incredibilmente minuti che reggeva in certe sue dita che gli si innestavano sui polpastrelli delle altre; e mi parve che anche queste codeste minori dita reggessero tutta una serie di chele, prense, molle, pinze, con cui egli maneggiava oggetti minimi e massimi, palle da tennis e presse idrauliche. Avvolto nella seta di una vestaglia lavorata come un obelisco, aveva un aspetto lievemente inconsueto – così poco impiegatizio – ma per nulla intimidatorio. Dalla mia posizione, mi era dato scorgere il suo enorme spazio corporale percorso da carovane di esseri diversi da me per statura, ma affatto simili per forma; lunghe carovane che percorrevano quella mappa affidandosi forse agli ingannevoli segni della veste, o forse al pulsare della carne che essi dovevano avvertire, o forse ai messaggi di altre carovane che procedevano sul corpo, direttamente. Talora, ai suoi gesti alti e solenni, vedevo cadere per l’aria minuscoli cammelli, e uomini in turbante scuotere le minuscole braccia. Cadevano di là dal banco, verso il basso, nelle tenebre dove forse era loro consentito di tentare una vita meno improbabile e ambiziosa.
Egli mi consegnò, tratta da una scatola fatta di foresta nemmeno lavorata, ma tenuta assieme con la lava collosa, mi consegnò una Preziosa Rivoltella. Piccola: che egli maneggiò ne sono certo, come pinze inserite sull’indice del mignolo; mi consegnò,come un parvolo.
‘Le sparerai alla tempia, mentre dorme; così ‘ e finse un gesto omicida ‘ e di qui uscirà il buon fuoco e il duro metallo e di lì il sangue caldo e il cerebellum candido e pensoso. Ci sarà’ e rise ‘una gran scorreggia di idee dal culo della sua merda di anima. Le avviti un buco nella sfera’ continuò ‘un buco eterno, che da sempre aspettava di scaffalarsi nel suo teschio. Farai della sua testa un cranio, del suo cranio un teschio, e solo premendo qui. Della plaza templare farai una puerta de occidente, per la quale un tramonto fragoroso e rosso farà ingresso nella Reggia. Le inonderai il Backingham Palace di cavalli infuriati, di un ferro bolscevico, di una bomba anarchica, di bandiere teppistiche, sebbene’ aggiunse ‘tu non potrai non vedere quanto sia assurdo questo linguaggio, giacchè le bandiere’ e rise, ma solo con le cosce ‘ le bandiere indicano sempre virtù, anzi’ e agitò le grandi braccia come un predicatore smentito ‘Virtù, e non v’è bandiera dove v’è un uso smodato o improprio dei genitali. Ma tu userai per bandiera murale, pezze mestruali, mutande, giarrettiere usate, reggicalze, preservativi bucati, foto ingrandite di spirocheti. Ecco: tu la contaminerai di morte, le comunicherai una blenorragia di morte, col tuo membro di metallo, un membro sano ma infetto, e al suo genitale di idee verrà lo scolo, the clap, e ne uscirà una sanie gialla, spiritus efflavit, anemos, un vento di corpo, e restarà solo il corpo, il pezzo di carne, coi suoi appendicarne di osso, quella cosa che tu vuoi, galantemente, si specchi in un rettangolo di epitaffio. Premila, finchè ne sia uscito l’ultimo umidore del sale dell’anima, e resti asciutta di spirito, nudata anima, e dunque commestibile. Non l’ombelico, sede dei poteri politici, abitato dalla puttana della Storia, ma la bella mente ideografa’. E scosse la mia mappa: ‘In alto’ disse ‘l’omicidio passa da una testa all’altra. Dunque sia l’omicidio una miniatura della tua testa. Mangiane il cervello, se non vuoi che sia Lei a mangiare il tuo’.
Parlammo di politica, di sesso, di cavalli, di musica, della atrofia gialloacuta, di birra, di violini e ghironde, di giraffe e mandrilli, di mangrovie e seduzioni, di suicidio e funerali e esequie. Scorgevo il luogo del suo membro, affollato di carovane che ormai si preparavano per la notte. Quando vidi i primi fuochi di cui uno nella sua pupilla sinistra, mi congedai da lui, dalla sua bella conversazione, e mi allontanai con raddoppiata virilità, giacchè al suo membro perituro avevo aggiunto un membro metallico, ed ero certo della sua tempestiva erezione, della sua esatta eiaculazione, della fecondità letale che la sua semina avrebbe comportato. Era un membro duro e casto, ingravidante, ignaro di mesturbazioni, come credevo.
Quando fui fuori, vidi che il cielo si era messo le sue mutande di tenebre, così da nascondere le pudende di cielo e sole e nuvole; si era allacciato le notturne giarrettiere, ma non s’era infilato i mestruomantili, poichè pioveva. I tuoni, rari e lontani, testimoniavano di una faticata digestione di morti; essa, la notte, si nutre di cadaveri, ma non sempre li trova di suo gusto.
Estratto da ‘Ti ucciderò, mia Capitale’, di Giorgio Manganelli, pubblicato nel 2011
L’amore non è bello se non è litigarello. Il caso dei miei vicini di pianerottolo è l’emblema della tragedia, l’esacerbazione dell’amore e dell’odio. L’epilogo ultimo del delitto passionale viene rimandato ogni volta di un atto mano a mano che passano i giorni e noi spettatori si specula sulle controversie della natura umana e assiste di malavoglia al presagio di morte col fiato sospeso.
Sono uscita di casa ieri mattino presto che i due litigavano. Sono rientrata a casa verso sera che i due litigavano ancora. La mia padrona di casa mi ha informata verso l’ora di pranzo è stata chiamata un’ambulanza. La signora ha avvertito un malore ma è stata rimessa dall’ospedale nel tardo pomeriggio.
Concessisi una breve pausa di sonno, i due hanno ripreso a litigare nelle prime ore dell’alba di questa mattina. Ancora adesso litigano con lo stesso phatos di qualche ora fa. Sento sbattere qualcosa. Dalle padelle, i piatti, i bicchieri, la posateria, devono essere passati a lanciarsi i mobili. Non mi è chiaro da dove la signora, allampanata come un ago a capocchia stretta e ovale, riesca a trarre l’energia di cui si serve per urlare con una tale presenza di spirito. Non un mal di testa, un momento di distrazione, una pausa di riflessione, un time out di recupero. Questa di urlare a squarciagola per un numero prolungato di ore, deve essere qualcosa che va migliorando col tempo. Quanto più si urla, tanto più si esercitano le corde vocali e l’urlo s’affina di timbro e resistenza. Parimenti s’affina la capacità di resistenza del compagno. Che nel mentre tace. Esplosione, implosione. Lei grida, lui tace. Lui la picchia, lei piange. Lei mugugna, lui la consola. I due fanno pace. Chissà scopano, si coccolano, si promettono che da domani, da domani, le cose devono cambiare. Questo, è amore. Questo, è odio. Quanto più i due si odiano e maledicono, tanto più i due si amano e non riescono a fare a meno l’uno dell’altra, l’altra dell’uno. Adesso che è arrivata la polizia e i due verranno portati in questura, immagino si ameranno ancora di più. Perchè è nei momenti di maggiore difficoltà che la coppia ha modo di sperimentare quella solidarietà necessaria a cementare il rapporto e consolidare l’affetto che lega entrambi in nome dell’amore e dell’odio. Finchè morte non li separerà e il condominio vivrà felice e contento.
off Midnight Blue by Kenny Burrell, 1963

Questo di granpa Hughes è un vecchio saggio del ’93, denso di provocazioni bene affilate e corrosive che non risparmiano nessuno ed è uno spasso leggere specialmente per i moti condizionati che procura e i riferimenti che qua e là accomunano tristemente l’America degli anni ’80 e ’90 all’Italia dei giorni nostri
Poco più di cinquant’anni fa il poeta W.H.Auden riuscì in un’impresa che fa invidia a ogni scrittore: azzeccare una profezia. La profezia compare in un lungo lavoro intitolato For the Time Being: A Chistmas Oratorio, là dove Erode medita sul compito ingrato di massacrare gli innocenti. D’animo fondamentalmente tollerante, egli ne farebbe volentieri a meno. E tuttavia, dice, se si consente a quel bambino di scamparla,
‘Non occorre essere profeti per prevedere le conseguenze..
‘La Ragione sostituita dalla Rivelazione.. La conoscenza degenererà in un tumulto di visioni soggettive – sensazioni viscerali indotte dalla denutrizione, immagini angeliche suscitate dalla febbre o dalle droghe, sogni premonitori ispirati dallo scroscio di una cascata. Compiute cosmogonie nasceranno da dimenticati rancori personali, intere epopee saranno scritte in idiomi privati, gli scarabocchi dei bambini innalzati al di sopra dei più grandi capolavori…
‘L’idealismo sarà scalzato dal Materialismo..Sviato dal normale sfogo del patriottismo e nell’orgoglio civico o familiare, il bisogno delle masse di un Idolo visibile da venerare si innalzerà in alvei totalmente asociali, dove nessuna forma di istruzione potrà raggiungerlo. Onori divini saranno resi a lievi depressioni del terreno, animali domestici, mulini a vento diroccati o tumori maligni.
‘La Giustizia, come virtù cardinale, sarà rimpiazzata dalla Pietà, e svanirà ogni timore di castigo. Ogni scapestrato si congratulerà con se stesso:’Sono un tal peccatore che Dio è sceso in persona per salvarmi’. Ogni furfante dirà: ‘A me piace commettere crimini; a Dio piace perdonarli. Il mondo è davvero combinato a meraviglia’. La nuova Aristocrazia consisterà esclusivamente di eremiti, vagabondi e invalidi permanenti. Il becero dal cuore d’oro, la prostituta consunta dalla tisi, il bandito affettuoso con sua madre, la ragazza epilettica che comunica con gli animali saranno gli eroi e le eroine della Nuova Tragedia, mentre il generale, lo statista, il filosofo diverranno zimbello di satire e farse’.
Ciò che Erode antivedeva era l’America degli ultimi anni Ottanta e dei primi anni Novanta. Un paese ossessionato dalle terapie e pieno di sfiducia nella politica formale; scettico sull’autorità e preda della superstizione; corroso, nel linguaggio politico, dalla falsa pietà e dall’eufemismo. Simile alla tarda romanità (e non all’Urbe del primo periodo repubblicano) per la vastità della sua sfera imperiale, la corruzione e la verbosità dei suoi senatori, l’affidarsi alle oche sacre (pennute antenate dei nostri demoscopi e opinionisti di parte) e l’assoggettarsi a senili imperatori divinizzati, dominati da astrologi e mogli dissipatrici. Una cultura che ha sostituito gli spettacoli dei gladiatori, come strumento per sedare le folle, con guerre ultratecnologiche teletrasmesse, che causano massacri e tuttavia lasciano intatto il potere dei satrapi mesopotamici sui loro sventurati sudditi
A differenza di Caligola, l’imperatore non fa senatore il suo cavallo; lo incarica della tutela dell’ambiente, o lo nomina alla Corte Suprema. A opporsi sono principalmente le donne, perchè gli uomini, grazie all’ampia diffusione dei culti misterici, se ne vanno nei boschi ad affermare la propria virilità, annusandosi le ascelle a vicenda e ascoltando le cince di poeti di terz’ordine sul satiro peloso e umidiccio che alberga in ognuno di loro. Chi brama il ritorno della Sibilla delfica dispone di Shirley MacLaine, mentre un guerriero Cro-Magnon vissuto trentacinquemila anni fa, di nome Ramtha, prende dimora in una bionda casalinga della West Coast, avviando un giro di milioni e milioni di dollari tra seminari, cassette e libri culturali.
Frattanto gli artisti oscillano tra un’oppressività in larga misura autocompiaciuta e una politicizzazione per lo più sterile; e la gara tra istruzione e televisione – tra argomentazione e imbonimento spettacolare – è stata vinta dalla televisione, che in America non era mai scesa a un livello tanto basso. Anche le arti popolari, già meraviglia e delizia del mondo, sono decadute; c’è stato un tempo, a memoria di alcuni di noi, in cui la musica popolare americana era esaltante, struggente, spiritosa, e seduceva gli adulti. Oggi, al posto della cruda intensità di Muddy Waters o della vigorosa inventiva di Duke Ellington, abbiamo Michael Jackson, e da George Gershwin e Cole Porter siamo scesi a musical da analfabeti, che parlano di gatti o della caduta di Saigon. Il grande rock’n roll americano si è supertecnologizzato e, passato nel tritacarne delle corporations, è diventato al 95% un prodotto sintetico.
Per i giovani, sempre più, sono le varie forme di spettacolo a stabilire i riferimenti culturali e a creare la ‘verità’riguardo al passato. Milioni di americani, specie delle giovani generazioni, immaginano che la ‘verità’ sull’assassinio di Kennedy risieda nel film di Oliver Stone, il vivido e menzognero JFK, con la sua paranoide elevazione di uno screditato procuratore distrettuale di New Orleans a eroe politico perseguitato da un malvagio e onnipresente apparato militare, che uccise Kennedy per farci restare in Vietnam . Quanti di loro hanno trovato da ridire sulle ripetute dichiarazioni di Stone, che pretende di aver ‘creato un contro-mito’ da opporre alle conclusioni della commissione Warren? Come se la conoscenza del passato si identificasse con la propagazione di un mito. Una volta le manipolazioni storiche di Hollywwod -gli innocui polpettoni su Luigi XV o su Nelson, i pii pistolotti su Gesù – avevano poca importanza. Ma in tempi di docudrammi e similazioni, quando la differenza tra TV e eventi reali si offusca sempre più – non per caso, ma per deliberata politica dei boss dei media elettronici – simili operazioni si inseriscono in uno scenario limaccioso e ansiogeno di sospesa incredulità, del tutto assente nella pseudostoria della vecchia Hollywood.
Poi, dato che l’arte induce il cittadino sensibile a distinguere tra artisti di valigia, artisti mediocri e assolute nullità, e dato che le ultime due categorie sono sempre più numerose della prima, bisogna politicizzare anche l’arte; eccoci dunque ad abborracciare metodi critici per dimostrare che, mentre sappiamo benissimo cosa intendiamo per qualità dell’ambiente, nell’esperienza estetica il concetto di ‘qualità’è poco più di una finzione paternalistica, intesa a rendere la vita difficile agli artisti negri, alle donne e agli omosessuali – i quali devono essere giudicati in base alla razza, al sesso e alla cartella clinica, e non ai meriti del lavoro.
Col diffondersi anche in campo artistico di una lacrimosa avversione all’eccellenza, la discriminazione estetica viene tacciata di discrimazione razziale o sessuale. Su questo argomento pochi prendono posizione, o rilevano che in materia d’arte ‘elitarismo’ non vuol dire ingiustizia sociale e inaccessibilità. La vacca sacra della cultura americana è, attualmente, l’Ego: l’autostima è inviolabile, sicchè ci affanniamo a trasformare le accademie in un sitema in cui nessuno può fallire. In questo spirito potremmo purgare il tennis dei suoi sottintesi elitari: basta abolire la rete.
Poichè la nuova sensibilità decreta che i nostri eroi saranno le vittime, il rango di vittima comincia a essere reclamato anche dal maschio americano bianco. Di qui la fortuna di terapie che insegnano che siamo tutti vittime dei nostri genitori; che non è colpa nostra se siamo scriveriati, venali o francamente scellerati, perchè veniamo da ‘famiglie disfunzionali’ -e, come si affrettano a precisare semza ombra di prove John Bradshaw, Melody Beattie e altri guru del ‘programma dei dodici passi’, il 96% delle famiglie americane è disfunzionale. Abbiamo avuto modelli imperfetti di comportamento, abbiamo sofferto di mancanza d’affetto, siamo stati picchiati, o magari sottoposti alle voglie libidinose di papà; e se non ne siamo convinti è solo perchè ne abbiamo rimosso il ricordo, e tanto più diventa urgente ricorrere all’ultimo libro del cirlatano di turno.
Il numero di americani che da bambini hanno subito violenze, e quindi sono assolti da ogni colpa per qualunque cosa facciano, è più o meno pari al numero di coloro che qualche anno fa erano la reincarnazione di Cleopatra o di Enrico VIII. Così l’etere è intasato di programmi-confessione in cui una parata di individui e di modelli di comportamento, da Latoya Jackson a Roseanne Barr, si levano a denunciare le colpe vere o immaginarie dei genitori. Non essere consci di aver avuto un’infanzia infelice è, agli occhi di organizzazioni come Recovery, prova lampante di ‘denegazione’: l’assunto è che tutti l’hanno avuta, e sono pertanto potenziali fonti di reddito. Il culto del maltrattato Bambino-In-Noi ha una funzione molto importante nell’America d’oggi: ci informa che la lagnanza personale trascende l’espressione politica, e che la curva ascendente del narcisismo piagnone non interseca per forza la spirale discendente della vacuità culturale. Così la ricerca del Bambino-In-Noi ha preso piede proprio nel momento in cui gli americani dovrebbero scoprire dove si trovi in loro l’Adulto, e come mai quel trascurato vegliardo sia sepolto sotto il ciarpane della psicologia pop e della gratificazione a breve termine. Ci immaginiamo un Eden interiore, e vogliamo rintracciare l’inquilino di prima della Caduta: a ognuno il suo personale buon selvaggio.
Se il Bambino-In-Noi non vi toglie dai guai, lo farà l’abbraccio della redenzione. Si diceva una volta che non ci sono secondi atti nella vita degli americani, ma questo valeva prima che la TV cominciasse a consumarci le cellule mnemoniche. Oggi la vita pubblica in America è costituita in gran parte di secondi atti, ed è diventata una scadente parodia della promessa originaria di un paese dove chiunque, libero dai fardelli del Vecchio Mondo, poteva ricominciare da capo. Ricordo il malessere che provai quindici anni fa quando Charles Colson, uno dei piccoli furfanti di Washington del periodo Watergate, annunciò dalla soglia del carcere di minima sicurezza di aver visto la luce di Cristo e di essere nato a nuova vita. Certo gli americani non la berranno, pensai. Invece si. Persino David Duke dichiarò di essere rinato dal nazismo alla fratellanza di Cristo, e migliaia di persone gli credettero. Manca solo che i familiari di Robert Marxwell dicano ai suo afflitti banchieri ed ex dipendenti che da ultimo egli tornò sulla retta via, e morì in un maldestro tentativo di autobattesimo per immersione totale. Con tanti lestofanti in fila per purificarsi nel sangue dell’Agnello, non c’è da stupirsi se la povera creatura è un po’ palliduccia.
La diffusa rivendicazione del rango di vittima corona la cultura terapeutica, da tempo cara all’America. Mostrarsi forti può celare semplicemente una traballante impalcatura di denegazione, ma essere vulnerabili è garanzia di invincibilità. La doglianza dà potere – anche se è solo il potere del ricatto emotivo, che crea un tasso di sensi di colpa sociali mai registrato in precedenza. Dichiarati innocente, e ci rimetti la testa. I cambiamenti prodotti da questo andazzo sono visibili ovunque, e tendono curiosamente a far convergere la ‘destra’ e la ‘sinistra’. Prensiamo la forma assunta di recente dal dibattito sulle questioni sessuali, sempre più incentrato sul vittimismo: gli antiabortisti attingono al gergo femminista e chiamano l’aborto ‘stupro chirurgico’- poco importa che l’atto sia del tutto volontario.
Intanto, la nuova ortodossia del femminismo sta abbandonando l’immagine della donna autonoma ed esistenzialmente responsabile a favore della donna vista come vittima inerme dell’oppressione maschile; trattarla da eguale di fronte alla legge significa aggravare la sua condizione di vittima. Ai conservatori non è parso vero di formulare i loro argomenti negli stessi termini vittimologici, con la differenza che, secondo loro, a produrre vittime è proprio il femminismo, in lega con il fallo opportunista. In Enemies Of Eros, 1990, la scrittrice antifemminista Maggie Gallagher sostiene che ‘l’uomo sfrutta la donna ogni qual volta usa il suo corpo per trarne piacere sessuale senza essere disposto ad assumersi l’onere della paternità’. La donna ‘può anche acconsentire pienamente, coscientemente, entusiasticamente al proprio sfruttamento, ma questo non cambia la natura dell’operazione’. E, quasi alla lettera, l’opinione della femminista Andrea Dworkin: il sesso tra uomini e donne è sempre violenza carnale. ‘Fisicamente, ‘scrive questa estremista ‘ la donna durante il rapporto è uno spazio invaso, un vero e proprio territorio occupato, in senso letterale, occupato anche se non c’è resistenza, anche se la donna occupata dice: ‘Si, ti prego, si, ancora, ancora!’. Questa visione grottescamente dilatata della violenza personale riduce le donne a vittime senza volontà propria, prive della facoltà di acconsentire come di respingere, meri pupazzi sballottati qua e là dalle ventate ideologiche del fanatismo femminista. ‘Vedere nel ‘si’ un segno di autentico consenso’ ha scritto Susan Estrich, docente alla Harvard Law School ‘è fuorviante’. Tutto è stupro, fino a prova contraria.
In questo e in una dozzina d’alti modi veniamo creando un’infantilistica cultura del piagnisteo, dove c’è sempre un Padre-padrone a cui dare la colpa e dove l’ampliamento dei diritti procede senza l’altra faccia della società civile: il vincolo degli obblighi e dei doveri. L’atteggiamento infantile è un modo regressivo di far fronte allo stress della cultura aziendale: non calpestarmi, sono fragile. L’accento cade sulla soggettività: le sensazioni che proviamo, anzichè ciò che pensiamo o siamo in grado di sapere. I problemi connessi con questo ripiegamento interiore sono stati tratteggiati molto tempo fa da Goethe, in una conversazione con Eckermann: ‘Tutte le epoche di regresso e di decadenza sono soggettive, ma le epoche di progresso hanno invece un’impronta oggettiva.. Ogni tendenza vitale.. si volge al mondo dall’interno all’esterno, come si vede nelle grandi epoche impegnate in uno sforzo di progresso, che ebbero tutte indole oggettiva’.
Da La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Robert Hughes, 1993
C’è letteratura e letteratura, libro e libri. Certi libri te li tieni stretti e non li abbandoni perchè legata a essi da un sentimento di profonda ammirazione e amicizia. Nei confronti dello scrittore, nei confronti dei personaggi. Certi altri sei persino stata capace di strapparli, pagina per pagina, perchè colpevoli di averti rivelato quello che non avresti mai voluto sapere. Senza saresti stata certamente meglio, ignara di certe evidenze che prima non ti riusciva di realizzare, vuoi per miopia, ignoranza, o negligenza. E’ vero il proprio punto di vista circa le cose, la vita, cambia in relazione ai libri che via via si vanno leggendo, quanto è vero il lettore è un animale di una specie assai particolare, che si distingue dal branco perchè abbisogna di isolarsi dallo stesso se vuole godere della lettura. Certo si può partecipare a una lettura colletiva e godere della lettura insieme al branco, ma la lettura di un libro intero è un atto che implica una buona dose di solitudine e un rapporto privilegiato ed esclusivo fra il libro e il lettore, dunque fra lo scrittore e il suo destinatario, ora tenuto per mano, rapito dall’ambiente circostante, isolato dal branco, dunque condotto altrove. L’altrove è una dimensione parallela alla realtà in cui coesistono mondi del tutto inaspettati. In essi ci si può o meno sentire a proprio agio, ma una volta incappati dentro non si può negare d’esservi finiti, dunque d’avere avuto il privilegio di una dissociazione che vede il corpo collocato nel presente e lo spirito fluttuato per estensione in una dimensione spazio temporale contigua eppure lontana, remota o anteriore. Forse è questo quello che i buddisti intendono per reincarnazione. O almeno quello che, a mio parere, succede leggendo. Una sorta di teletrasporto. A buon ragione mi sento di definire i libri delle macchine del tempo. Una volta teletrasportati altrove, non è più possibile tornare indietro uguali a prima.
Questo di Sartre è un saggio che raccoglie parte di una serie di articoli di critica sulla letteratura pubblicati in riviste specializzate. Il tono, a volte, è pedante, ma l’autorità e l’eleganza di Sartre sono tali da ipnotizzare il lettore oppure annoiarlo, comunque impressionarlo in qualche maniera. Ho già letto questo libro in inglese parlandone in un post circa un anno fa, ma di recente l’ho trovato in biblioteca e non ho potuto fare a meno di prenderlo in prestito e leggerlo nuovamente. Già dalle prime pagine Sartre pone il lettore in posizione dialettica rispetto alla materia discussa e si chiede, e chiede: Perchè si scrive?
‘Ognuno ha i suoi motivi: per qualcuno l’arte è fuga; per qualcun altro un mezzo di conquista. Ma si può fuggire in un eremo, nella pazzia, nella morte; si può conquistare con le armi. Perchè proprio scrivere, effettuare per scritto le proprie evasioni e le proprie conquiste?
[..] Ogni nostra percezione si accompagna alla consapevolezza che la realtà umana è ‘rivelante’, cioè che, per mezzo suo, parte dell’essere ‘è’, oppure che l’uomo è il mezzo per cui le cose si manifestano; è la nostra presenza nel mondo che moltiplica le relazioni, siamo noi che mettiamo in rapporto quest’albero con quell’angolo di cielo; grazie a noi quella stella, morta da millenni, questo quarto di luna e questo fiume tetro, si svelano nell’unità d’un paesaggio; è la velocità della nostra auto, del nostro aereo che organizza le grandi masse terrestri; ad ognuno dei nostri atti il mondo ci rivela un volto nuovo. Siamo i rivelatori dell’essere, questo lo sappiamo, ma sappiamo anche che non ne siamo i produttori. Questo paesaggio, se gli voltiamo le spalle, marcirà senza testimoni nella sua permanenza oscura. Se non altro marcirà: nessuno è così pazzo da credere che sarà annientato. Noi saremo annientati, ma la terra rimarrà nel suo letargo finchè un’altra coscienza non verrà a risvegliarla. Così, alla nostra certezza intima di essere ‘rivelanti’ si aggiunge quella d’essere inessenziali nei confronti della cosa svelata.
Uno dei principali motivi della creazione artistica è certamente il bisogno di sentirsi essenziali nei confronti del mondo. Un aspetto dei campi o del mare, l’espressione di un viso che ho svelato, se le fisso su una tela, in uno scritto, stringendo i rapporti, introducendo ordine là dove non ce n’era, imponendo l’unità dello spirito alla diversità della cosa, ho coscienza di produrli io stesso, ossia mi sento essenziale rispetto alla mia creazione. Ma stavolta è l’oggetto creato che mi sfugge: non posso svelare e produrre al tempo stesso. La creazione diventa inessenziale rispetto all’attività creatrice. Anzitutto, anche se agli altri appare come definitivo, l’oggetto creato a noi sembra sempre incompiuto: perchè si può sempre cambiare una riga, una sfumatura, una parola; per cui l’oggetto non si impone mai. Un pittore apprendista chiedeva al suo maestro: ‘Quando devo considerare finito il mio quadro? ‘ E il maestro rispose: ‘Quando potrai guardarlo con sorpresa, e dire a te stesso: ‘Sono io che ho fatto questo!’
Che è come dire mai. Perchè sarebbe come considerare la propria opera con gli occhi d’un altro e svelare ciò che è creato. Ma è chiaro che la nostra consapevolezza della cosa prodotta è inversamente proporzionale alla consapevolezza che abbiamo della nostra attività produttrice. Se si tratta di vasellame o strutture da costruzione, che si si fabbricano secondo norme tradizionali con utensili dall’uso codificato, è il famoso ‘si’ di Heidegger che lavora per mezzo delle nostre mani. In tal caso il risultato può sembrarci abbastanza estraneo da conservare per noi la sua oggettività. Ma se produciamo noi stessi le regole di produzione, le misure e i criteri, e se il nostro slancio creatore sorge dal più profondo del nostro cuore, allora, nella nostra opera, troveremo sempre e solamente noi stessi: siamo noi che abbiamo inventato le leggi secondo cui giudicarla; e vi troviamo la nostra storia, il nostro amore, la nostra allegria; anche se la guardassimo senza più porvi mano, non ne riceveremmo mai la nostra allegria o il nostro amore: ce li mettiamo noi; i risultati che abbiamo ottenuto sulla tela o sulla carta non ci sembrano mai oggettivi; conosciamo fin troppo i procedimenti che hanno prodotto quegli effetti. I procedimenti restano una trovata soggettiva: noi siamo i procedimenti, la nostra ispirazione, la nostra abilità e quando cerchiamo di percepire la nostra opera, la creiamo un’altra volta, ripetiamo mentalmente le operazioni che l’hanno prodotta, ogni suo aspetto appare come un risultato. Così, nella percezione, l’oggetto si dà come essenziale e il soggetto come inessenziale; quest’ultimo cerca l’essenzialità nella creazione e l’ottiene, ma allora diventa inessenziale l’oggetto.
In nessun campo questa dialettica è tanto palese quanto nell’arte dello scrivere. L’oggetto letterario è infatti una strana trottola che esiste quando è in movimento. Per farla nascere occorre un atto concreto che si chiama lettura, e dura quanto la lettura può durare. Al di fuori di questo, rimangono solamente i segni neri sulla carta. Ora, lo scrittore non può leggere ciò che scrive, a differenza del calzolaio, il quale può calzare le scarpe che ha fatto, se sono della sua misura, e dell’architetto, che può abitare la casa che ha costruito. Leggendo si prevede, si attende. Si prevede la fine della frase, la frase seguente, la pagina successiva; si attende che confermino o infirmino le nostre previsioni; la lettura si compone di una moltitudine di ipotesi, di sogni seguiti da risvegli, di speranze e delusioni; i lettori sono sempre in anticipo sulla frase che leggono, in un futuro solamente probabile, che crolla in parte e si consolida in parte, via via che progrediscono, che indietreggia da una pagina all’altra e forma l’orizzonte mobile dell’oggetto. Senza attesa, senza avvenire, senza ignoranza, non esiste obiettività. Ora, l’operazione dello scrivere comporta una quasi-lettura implicita che rende la vera lettura impossibile Quando le parole gli si formano sotto la penna, l’autore le vede, certo, ma non le vede come il lettore, perchè le conosce prima di scriverle; il suo sguardo non ha la funzione di svegliare, sfiorandole, parole addormentate che attendono d’essere lette, ma di controllare il tracciato dei segni; la sua è una missione puramente regolatrice, insomma, e la vista in questo caso non rivela niente, tranne piccoli errori manuali. Lo scrittore non prevede nè fa congetture: progetta. Capita spesso che si aspetti, che aspetti, come si dice, l’ispirazione. Ma non si aspetta se stessi allo stesso modo che si aspettano gli altri; come se l’autore esista, sa che l’avvenire non è fatto, che lo farà lui, e se ignora ancora che cosa accadrà al suo eroe, vuol dire solamente che non ci ha pensato, che non ha ancora deciso; allora il futuro è una pagina bianca, mentre il futuro del lettore sono quelle duecento pagine bianche cariche di parole che lo separano dalla fine. Così lo scrittore, ovunque, non incontra che il suo sapere, la sua volontà, i suoi progetti, insomma se stesso; mette mano esclusivamente alla propria soggettività, l’oggetto che crea è fuori del suo raggio d’azione, non lo crea per sè. Se si rilegge, è già troppo tardi; la sua frase, per lui, non sarà del tutto una cosa. Può giungere fino ai limiti del soggettivo, ma senza varcarli, apprezza l’effetto d’un brano, di una massima, di un aggettivo ben scelto; ma si tratta dell’effetto che faranno sugli altri; lui può valutarlo, ma non sentirlo. Mai Proust ha scoperto l’omesessualità di Charlus, dato che l’aveva decisa ancora prima d’iniziare il suo libro. E se l’opera un giorno assumerà agli occhi del suo autore un’apparenza d’oggettività, vuol dire che sono passati gli anni, che se ne è dimenticato, che non è più sua e non sarebbe certamente più capace di scriverla. Come avvenne a Rousseau quando rilesse il Contrat social in età avanzata.
Dunque, non è vero che si scriva per sè; sarebbe il peggiore smacco;proiettando le proprie emozioni sulla carta, si riuscirebbe appena a prolungarle di poco. L’atto creatore è un momento incompleto e atratto nella produzione di un’opera; se l’autore fosse solo, potrebbe scrivere finchè vuole, ma l’opera come oggetto non verrebbe mai alla luce, e lo scrittore dovrebbe abbandonare la penna e disperare. Ma l’operazione dello scrivere implica quella di leggere come proprio correlativo dialettico, e questi due atti distinti comportano due agenti distinti. Solo lo sforzo congiunto dell’autore e del lettore farà nascere quell’oggetto concreto e immaginario che è l’opera dello spirito. L’arte esiste per gli altri e per mezzo degli altri.
[..] Poichè la creazione trova il suo compimento nella lettura, poichè l’artista deve affidare ad altri la cura di compiere quanto lui ha iniziato, poichè può cogliersi come essenziale alla propria opera solo attraverso la coscienza del lettore, ogni opera letteraria è un appello. Scrivere è fare appello al lettore perchè conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione che io ho iniziato per mezzo del linguaggio.
[..] Scrivere è dunque svelare il mondo e al tempo stesso proporlo come un compito alla generosità del lettore. E’ricorrere alla coscienza altrui per farsi riconoscere come essenziale alla totalità dell’essere; è voler vivere questa essenzialità per interposta persona; ma poichè, d’altra parte, il mondo reale non si rivela che nell’azione, poichè non ci può sentire dentro , se non superandolo per mutarlo, l’universo del romanziere mancherebbe di spessore se non lo si scoprisse nel corso di un movimento fatto per trascenderlo. Si è spesso notato che un oggetto, in un racconto, non trae la propria densità esistenziale dalla quantità e lunghezza delle descrizioni che gli sono destinate, ma dalla complessità dei suoi vincoli con i diversi personaggi; apparirà tanto più reale quanto più verrà manipolato, preso e deposto, in una parola superato, dai personaggi rivolti ai propri fini Lo stesso accade nel mondo romazesco, cioè nella totalità delle cose e degli uomini: perchè offra il massimo di densità bisogna che la rivelazione-creazione per la quale il lettore lo scopre sia anche impegno immaginario nell’azione; in altri termini, quanto più si prenderà gusto a cambiarlo e tanto più risulterà vivo.
Da Che cos’è la letteratura? Jean-Paul Sartre, 1947