Cosi´ gli dissi,guardandolo dritto negli occhi mentre si rollava una sigaretta di Old Holborn con in faccia il suo solito sorrisino da gatto sornione-”Dammi il tuo seme.Voglio il testimone del tuo corridore provetto arrivato primo nella corsa all’ uovo.Voglio il solo spermatozoo che mi occorre per avere un bambino.Tutto mio,mio soltanto”-lui fece per accendersi la sigaretta che si era preparato.Mi guardò divertito riempiendomi di altro Cerasuolo il bicchiere.Alzai il mio ballon e lui seguì i miei movimenti facendo altrettanto con il suo bicchiere.Gli dissi,”Al mio bambino?”,e lui,”alla nostra scopata ben’agurante,cin!”.
Non ricordo altro di quella sera.Il giorno seguente mi svegliai presto con in bocca ancora il sapore di vino tracannato la sera prima.Lo vidi dormire di profilo sopra il divano di fodera verdastra raccattato a un mercatino delle pulci vicino casa,coperto dalla trapunta di lana pesante che avevo lavorato ai ferri per un anno di seguito aspettando il suo arrivo dalla Polonia come Penelope in attesa del suo Ulisse. Ossuto,teso,vigile seppur dormiente.
Lo svegliai.Gli chiesi che ora fosse e lui prese a ridermi in faccia,occhi sgranati,sbottando di gusto…gia´,non poteva saperlo.Mi attirò a sé in modo ch’io potessi stendermi al suo fianco.”Sei tutta matta”,mi disse,e mi baciò in fronte accarezzandomi la testa.Gli chiesi se avevamo fatto l´amore quella notte e lui mi rispose che eravamo rimasti svegli fino all’alba a giocare a scacchi. Bhe,gli risposi che se così fosse stato mi sarei certamente ricordata delle mie mosse astute per farlo vincere di proposito. Lui rise ancora e cosi´abbracciati ci riaddormentammo fino a mezzogiorno inoltrato.
Pranzammo coi resti della cena della sera prima,e finito di mangiare dedicammo il resto del pomeriggio a preparare le sue valigie.Sarebbe partito in serata verso la Repubblica Ceca dove aveva trovato lavoro come cuoco in un localino italiano nei dintorni di Praga.Si sarebbe trattenuto qualche mese,aveva detto,ma conoscendolo ero sicura sarebbe ritornato in Italia dopo mesi e mesi e mesi. E’ così che andava con Stefano. Andava,rientrava,ripartiva.
Quella volta anziché ricordargli di spedire una cartolina,gli chiesi un bambino. Punto. Un bambino,il privilegio di un altare sacro a cui offrire tutto di se stessi senza pretese in cambio. Ne avevamo discusso più volte e più volte mi aveva riso in faccia sgranando gli occhi di stupore quasi fossi un alieno in abito da sera che pretende dalle sue possibilità il ritorno su Venere per il mega party dell’anno luce.”Cristo Gaia”,mi diceva,”vivi nel mondo dei sogni! Perché non ti compri una bambola,che so io,non ti occupi delle piante in giardino,non ti dai al volontariato,non adotti un cane,invece di fantasticare sciocchezze di questo tipo!”.
Come spiegargli che avevo un bisogno disperato,folle,di dare,dare incondizionatamente e senza riserve dare? Lui non mi bastava.No era del suo amore a intermittenza che avevo bisogno.Io volevo mio quell’amore che nulla chiede e tanto da. Volevo mio quell’amore che non prevede condizioni, non ha limiti, non ha scadenze, si espande universalmente moltiplicandosi per un numero infinito di volte di generazione in generazione.
Lo accompagnai all’ aeroporto che era già l´ora dell’imbarco.Lo salutai con un breve abbraccio e in viso il mio sorriso migliore.Lo vidi allontanarsi da me come nuotando nel mare della sua appena accennata spavalderia di marinaio vagamondo. Qualcuno direbbe che non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Ebbene,non ci saremmo mai più rivisti
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